giovedì, Maggio 23, 2024
HomeCultura50 anni dopo il referendum sul divorzio. Una vittoria laica

50 anni dopo il referendum sul divorzio. Una vittoria laica

Cinquant’anni fa, il 12 e 13 maggio 1974, si svolse il referendum abrogativo della legge Fortuna-Baslini che nel 1970 aveva introdotto il divorzio nel nostro ordinamento. Era stato promosso da alcune associazioni cattoliche. E per il “sì” alla cancellazione della legge erano schierati la Dc e l’Msi.

Al fronte divorzista sembrava una battaglia difficile da sostenere. Non si percepiva, infatti, quanto estesi fossero stati, negli anni precedenti, i cambiamenti socio-culturali, non solo nelle città, ma anche nelle aree rurali. E fu proprio il voto delle campagne ad essere decisivo nella vittoria dei “no”.

Nel Pci furono forti le spinte a ricercare un accordo onorevole per evitare la consultazione referendaria. Non solo perché lo scontro frontale con la Dc appariva in contraddizione con la strategia del “compromesso storico”, lanciata l’anno prima da Enrico Berlinguer.

Ma soprattutto perché non si aveva il polso sui reali orientamenti ideali presenti tra i ceti sociali che si erano profondamente trasformati nel ventennio precedente.

Ad esempio, Emilio Sereni, in un articolo sul settimanale “Rinascita”, prospettava il pericolo derivante nelle campagne da un modo di sentire la religione in senso naturale, che avrebbe portato all’obbedienza superstiziosa piuttosto che al ragionamento.

Per motivi opposti, forti perplessità ad affrontare la prova referendaria nutrivano anche i vescovi. Infatti, in un’inchiesta su “Coltivatori e religione” che mons. Giovanni D’Ascenzi, assistente ecclesiastico della Coldiretti e professore di sociologia rurale, aveva effettuato tra il 1970 e il 1971, con l’ausilio di ottocento sacerdoti, erano emersi dati sorprendenti.

L’indagine aveva rilevato che tra i coltivatori in età superiore ai 40 anni e tra quelli di 50, ma con titolo di studio, il divorzio si giustificava come “una scelta di libertà” e spiccava la tendenza “ad apprezzare non tanto la donna risparmiatrice, obbediente all’uomo nel timore di Dio, quanto invece la donna moderna, elegante, colta, capace soprattutto di affetto”.

La dirigenza dell’episcopato italiano, che conosceva i risultati di quell’indagine, non riuscì, tuttavia, a scoraggiare il segretario della Dc, Amintore Fanfani, e i settori più integralisti del mondo cattolico che imposero la prova di forza.

Tra lo stupore generale, al referendum prevalsero i “no”. Nessuno aveva riflettuto sul fatto che dieci anni prima proprio da un centro agricolo della Sicilia era giunto un primo segnale di mutamento.

Una ragazza di Alcamo, Franca Viola, rapita contro il suo volere dal fidanzato, lo aveva denunciato, rifiutando il matrimonio riparatore e infrangendo così tradizionali consuetudini e subordinazioni.

Inoltre, il modello di famiglia che era subentrato a quello contadino-patriarcale era ormai simile a quello che aveva sostituito il modello borghese. Gli elementi comuni erano l’indebolimento dei legami di autorità e l’emancipazione delle donne e dei giovani. Al centro dell’universo erano posti i figli, a cui era affidato il compito di far ascendere la famiglia lungo la scala sociale.

E le ragazze che provenivano dal mondo rurale erano influenzate da un ulteriore fenomeno che pochi vedevano. Le loro mamme dovevano aggiungere al lavoro dei campi e nelle stalle l’impegno di cura della famiglia, divenuta nel frattempo più esigente, ed affidavano alle figlie la propria emancipazione non realizzata. E ciò costituiva un’ulteriore motivazione forte del protagonismo di quelle giovani donne nei movimenti femministi degli anni Settanta.

Il voto sul divorzio fu certamente un chiaro segnale di avanzamento civile e politico sulla strada della modernizzazione dei costumi.

Un ulteriore passo avanti ci fu nel 1975 con l’approvazione del nuovo diritto di famiglia. Sul solco del “no” all’abrogazione del divorzio nasceva una nuova famiglia, non più piramidale, con al vertice il padre-padrone e veniva cancellata la discriminazione nei confronti dei figli nati fuori dal matrimonio.

Per la prima volta, s’introduceva anche una norma sull’impresa familiare per tutelare i componenti della famiglia che collaborano nell’impresa nei confronti dell’imprenditore. Con tale norma il familiare partecipante all’impresa ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare e ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda in proporzione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato.

Le decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano alla impresa stessa.

Il ciclo riformatore si consolidò nel 1981 con il doppio colpo di spugna sul delitto d’onore e il matrimonio riparatore. Furono cancellati due articoli del Codice Rocco. Grazie ai quali la pena per violenza sessuale era estinta se seguita da un matrimonio “riparatore”. E la condanna per l’uccisione di una donna in uno stato d’ira quasi mai superava i tre anni.

Oggi la situazione è profondamente cambiata rispetto a cinquant’anni fa. Il numero dei matrimoni che, nei primi anni Settanta sfiorava quota 400 mila, nel 2022, secondo l’Istat è sceso a 189.140. Mentre i divorzi, che erano meno di 20 mila, oggi sono circa 67 mila.

Alfonso Pascale
Alfonso Pascalehttp://alfonsopascale.it
Alfonso Pascale è uno storico, opinionista e docente di ruralità contemporanea
RELATED ARTICLES

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

ARTICOLI CORRELATI