mercoledì, Settembre 28, 2022
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Allacciate i cappotti

di Alfredo Facchini

È la fine di un’epoca. La locomotiva non sbuffa più. La crisi colpisce duro addirittura la Germania.

A Maggio, l’economia teutonica ha fatto registrare il primo deficit commerciale dal 1991, l’anno successivo alla riunificazione.

Il saldo tra importazioni ed esportazioni tedesche ha raggiunto la cifra di 1 miliardo in meno di euro. Un deficit seppur minimo, ma rivelatore di un trend iniziato un anno e mezzo fa, quando la bilancia segnava ancora +200 miliardi.

Con i prezzi del gas ai massimi valori, col rischio che crescano ulteriormente, e con l’eventualità che in autunno si sia costretti a razionamenti, l’ipotesi che il Vecchio Continente cada in recessione è più che una probabilità.

Quello che non ha fatto la pandemia, lo sta combinando la guerra in Ucraina con una politica delle sanzioni suicida. Chi lo nega è un complice o un farabutto.

La bilancia commerciale è il rapporto tra importazione ed esportazioni di un paese e se le esportazioni scendono sotto il livello delle importazioni sono guai seri. Se poi i salari sono bassi, e l’Italia è da record, i consumi interni non possono certo “trainare” un mercato che boccheggia.

Le raffiche di “sanzioni” imposte da Washington si stanno rivelando
un boomerang non schivabile che sta colpendo il cuore dell’economia europea.

Lo si sapeva. Doveva saperlo soprattutto l’Italia dei “Migliori”, secondo maggiore consumatore di gas russo dopo la Germania. Ma gli ordini sono ordini.

Draghi è sbarcato in Algeria per trovare il gas che non compriamo più dai russi.

«In questi mesi l’Algeria è diventato il primo fornitore di gas del nostro Paese», ha sottolineato il premier “barcollante” riferendosi al prossimo rilascio di 4 miliardi di metri cubi di gas verso l’Italia annunciato nei giorni scorsi dalla compagnia di Stato algerina “Sonatrach”, nell’ambito degli accordi con Eni.

Che poi l’Algeria sia tra i paesi che non hanno votato le risoluzioni contro la Russia per la guerra in Ucraina è del tutto irrilevante.

Come direbbe Rampini del Corriere «è un prezzo doloroso ma accettabile».

Draghi in Algeria, la presidente della Commissione UE, Von der Leyen, in Azerbaigian, il presidente francese Macron negli Emirati, tutti cercano disperatamente fornitori alternativi a Mosca.

Putin si appresta a chiudere i tubi del gas e prepara un inverno choc per l’Europa.

Il monopolista russo del gas, “Gazprom” ha già annunciato di non poter garantire energia ai suoi clienti in Europa a causa di circostanze «straordinarie».

Niente paura, ora allacciate i cappotti, ma tra qualche anno gli Stati Uniti diventeranno il primo fornitore di gas naturale dell’Unione Europa, prendendo il posto della odiata Russia.

Joe Biden nel Consiglio Europeo dello scorso marzo a Bruxelles ha preso l’impegno di aumentare di 15 miliardi di metri cubi all’anno le forniture di gas naturale all’Europa per arrivare gradualmente a 50 miliardi di metri cubi aggiuntivi.

Non basteranno a sostituire per intero i 155 miliardi di metri cubi che fino a ieri l’Ue riceveva dalla Russia, ma l’orientamento è quello di azzerare le forniture del gas da Mosca «ben prima del 2030», iniziando con un taglio da 50 miliardi di metri cubi già quest’anno.

Un cambio di cavallo che qualche anno fa, senza la guerra ad oltranza, sarebbe stato impensabile. Non per Washington che ha voluto con tutte le forze le sanzioni per costringere Putin a tagliare il gas e diventare per l’Europa l’alleato di cui non si può fare senza per l’energia.

Basi militari, più energia e la gracile Europa è tua per sempre, non ci vuole Kissinger.

Alfredo Facchini

by World Bank Photo Collection
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