giovedì, Ottobre 6, 2022
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Appunti dalla Malesia

di Antonio Buttazzo

Se si esclude la città-Stato di Singapore e il piccolo sultanato del Brunei, la Malesia è la nazione più ricca del sud est asiatico.

Gli inglesi, prima di andare via nel 1965, hanno lasciato in eredità al Paese un’ottima organizzazione statale, un adeguato Stato sociale e la guida a destra, una pratica che notoriamente impone molta attenzione a noi altri nell’attraversare la strada.

Le Royal families, che sul modello British regnano e non governano, eleggono ogni cinque anni – tra 9 dei 13 sultani – un Capo di Stato, una figura molto amata dal popolo seppure dotata di limitati poteri.

Kuala Lumpur, la capitale, è una città che ha conosciuto un incredibile progresso negli ultimi anni, attirando investimenti e risorse umane da tutto il mondo.

Alle altre due importanti comunità, i cinesi e gli indiani – che con i male’ compongono il tessuto etnico della città – si sono aggiunti nel tempo i lavoratori pakistani, birmani, nepalesi, indonesiani, filippini, attratti dalle migliori condizioni di vita rispetto ai loro paesi.
Mentre i cinesi e gli indiani (rispettivamente il 40 e il 10 % della popolazione nella capitale) hanno in mano il commercio e le libere professioni, le altre comunità forniscono la forza lavoro necessaria allo sviluppo di un paese che negli ultimi anni è stato in costante crescita economica.

Ma il Covid ha anche qui cambiato le cose.
La recessione economica ha suggerito al Governo il varo di leggi molto più restrittive per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro e imposto una tolleranza zero alla immigrazione irregolare.

L’ Immigration Act 1959/63 che regola gli ingressi nel Paese, è quanto meno ambigua nella sua formulazione.
La legge non distingue tra le diverse categorie di immigrati, con il risultato che il migrante economico privo di documenti è equiparato al richiedente asilo o alla vittima di human trafficking.

La Malaysia, come la maggior parte dei paesi del sud est asiatico, non ha sottoscritto la convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951 e solo in qualche occasione ha permesso l’ingresso agli stranieri per motivi umanitari, come è accaduto ai filippini della comunità islamica di Mindanao, ai musulmani cambogiani perseguitati da Pol Pot e più recentemente ai rohingya birmani in fuga dal Myanmar dei colonnelli buddisti tornati al potere.

L’esito di questa politica restrittiva e confusa in tema di accoglienza e disciplina del lavoro (oltre che della tutela dei diritti fondamentali della persona), è la importante crisi umanitaria in atto.

Sono migliaia al momento gli stranieri detenuti in condizioni inumane nei centri di permanenza in attesa di espulsione, o ristrettì in carcere, condannati a severe pene detentive per la violazione della legge sulla immigrazione.

Come ogni Paese che per supportare il proprio sviluppo ha avuto bisogno di manodopera straniera, sopraggiunta la crisi anche la Malesia ha adottato politiche protezionistiche e manovre restrittive sulla propria forza-lavoro.

Il risultato è che da un lato, centinaia di migliaia di lavoratori immigrati si sono ritrovati da un giorno all’altro privi del diritto di soggiornare e lavorare nel Paese che negli anni precedenti ha avuto bisogno del loro apporto per consolidare la forte crescita economica in atto, dall’altro alcune migliaia di richiedenti asilo non hanno più neanche la minima tutela che una certa tolleranza gli garantiva fino adesso.

La tigre asiatica non ruggisce più e a farne le spese è come sempre l’umanità derelitta che, bene o male, si era accampata ai margini di una società opulenta.

di Antonio Buttazzo

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