lunedì, Luglio 15, 2024
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Assange, ultima fermata per la libertà di stampa

Dal 2019, Julian Assange, il creatore di WikiLeaks, è recluso in una struttura penitenziaria di alta sicurezza nel sud-est di Londra, lottando contro un mandato di estradizione emesso dagli Stati Uniti tramite il suo team di difesa legale. Questa contesa giudiziaria potrebbe tuttavia giungere a una svolta imminente.

Da oggi, martedì 20 febbraio, e per due giorni, la vicenda legale di Assange verrà nuovamente esaminata da un tribunale britannico in un’udienza che valuterà se abbia esaurito tutte le sue opzioni d’appello nel Regno Unito, potenzialmente avvicinandolo all’estradizione negli Usa.

In America, Assange, 52 anni, è accusato di violazioni legate all’Espionage Act del 1917, con potenziali pene che, secondo i suoi legali, potrebbero arrivare fino a 175 anni di detenzione. Tuttavia, rappresentanti legali statunitensi hanno in precedenza indicato che una condanna effettiva potrebbe limitarsi a un periodo tra i quattro e i sei anni.

Assange si trova dietro le sbarre in Gran Bretagna da circa cinque anni, a seguito di accuse mosse dagli Usa che datano al 2010, quando WikiLeaks diffuse una vasta quantità di documenti militari e diplomatici segreti forniti da Chelsea Manning, un’analista dell’intelligence militare. Questi documenti includevano dettagli su operazioni diplomatiche riservate e rivelazioni riguardo a morti civili nei conflitti in Iraq e Afghanistan.

Sotto la presidenza di Trump, nel maggio 2019, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha formalmente accusato Assange di aver infranto l’Espionage Act, sollevando questioni cruciali relative alla libertà di stampa, un ambito che l’amministrazione Obama aveva precedentemente evitato di perseguire per le implicazioni che avrebbe comportato.

Foto di hafteh7 da Pixabay

La storia di Assange con le autorità britanniche e la sua lotta contro l’estradizione risalgono però a prima, con il suo rifugio nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra nel giugno 2012 per evitare l’estradizione in Svezia su capi di imputazione differenti, successivamente archiviati. Dopo sette anni passati in ambasciata, nel 2019 Assange fu espulso e arrestato per aver violato le condizioni della cauzione, seguito da un atto di accusa statunitense che lo imputava di 18 capi d’accusa legati all’Espionage Act.

La battaglia legale si intensifica con l’udienza imminente nel Regno Unito, vista dal team di Assange come un punto di svolta decisivo. Nonostante un giudice britannico avesse inizialmente bloccato l’estradizione per motivi di salute mentale, decisioni successive hanno ribaltato questa sentenza, con il ministro degli Interni britannico che ha approvato la richiesta di estradizione nel 2022.

Tuttavia, la difesa di Assange non si arrende, promettendo di portare il caso anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, se necessario, per bloccare l’estradizione. Il Regno Unito e gli Stati Uniti sono rispettivamente al 26° e 45° posto su 180 paesi nell’indice mondiale sulla libertà di stampa 2023 curata da Reporters sans frontières.

La situazione di Assange ha attirato l’attenzione internazionale, con appelli per la sua liberazione provenienti da organizzazioni per i diritti umani, la comunità giornalistica e il governo australiano, sottolineando l’importanza della libertà di stampa e dei diritti umani nel dibattito sulla sua estradizione.

L’estradizione di Assange equivarrebbe a una punizione per le sue opinioni politiche. Se fosse concessa non ci sarebbe più nessuna possibilità di ricorrere alla Corte Suprema. Anche l’eventuale procedimento presso la Corte europea non bloccherebbe la sua reclusione in una prigione statunitense. Le ripercussioni della sua estradizione sulla professione giornalistica e sulla libertà di stampa e di espressione sarebbero di estrema gravità.

Foto di Arturo Añez da Pixabay

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