domenica, Giugno 16, 2024
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Case popolari: la Consulta boccia l’esclusione di poveri e migranti

Ancora una volta la Corte Costituzionale è intervenuta in merito ad una legge regionale, in materia di edilizia residenziale pubblica laddove prescrive che per accedere ai bandi per le case popolari e alle conseguenti graduatorie, si deve possedere il requisito della residenza quinquennale.

L’intento di tali disposizioni in maniera del tutto evidente è di natura razzista e tende ad escludere l’accesso a case popolari ai residenti migranti, da altri Paesi extra europei.
Si tratta del giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 25, comma 2, lettera a), della legge della Regione Veneto 3 novembre 2017, n. 39 (Norme in materia di edilizia residenziale pubblica), promosso dal Tribunale ordinario di Padova, sezione seconda civile.

Con sentenza n. 67 depositata il 22 aprile 2024, la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale e il carattere discriminatorio, il requisito di residenza quinquennale nel territorio regionale previsto dalla L. Regione Veneto n. 39 del 2017 per accedere alle graduatorie per l’edilizia residenziale pubblica.

Ricostruiamo la vicenda: nel 2022, il Comune di Venezia pubblica un bando per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, sulla base delle disposizioni stabilite dalla legge regionale del Veneto. Questa prevede che il requisito residenza anagrafica nel Veneto, sia di almeno 5 anni, calcolato nel corso di anni, cinque anni anche non consecutivi.

A fronte di questo bando emanato a Venezia, alcune associazioni (ASGI, Razzismo Stop Onlus, SUNIA di Padova e alcuni cittadini stranieri, originari del Camerun e del Venezuela, decisero di promuovere un ricorso presso il Tribunale di Padova. Il Tribunale di Padova nel maggio 2023, ha eccepito la legittimità costituzionale del requisito, previsto dalla legge regionale, della residenza quinquennale, nell’arco di un decennio, e ha chiesto alla Corte Costituzionale di verificarne la costituzionalità.

La Corte ha da tempo riconosciuto che il bisogno abitativo esprime un’istanza primaria della persona umana radicata sul fondamento della dignità.
Per questo ha ravvisato nel diritto all’abitazione i tratti di un diritto sociale inviolabile (sentenze n. 161 del 2013, n. 61 del 2011 e n. 404 del 1988, nonché ordinanza n. 76 del 2010), funzionale a che «la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana» (sentenza n. 217 del 1988; sentenze n. 106 del 2018, n. 168 del 2014, n. 209 del 2009 e n. 404 del 1988).

Vari sono i percorsi pubblici e privati, cita la Corte nella sentenza, tesi a garantire, tramite l’interazione con le categorie del contratto o della proprietà, il nesso funzionale fra l’istanza di natura personale e i beni destinati al bisogno abitativo.
Fra questi spicca l’edilizia residenziale pubblica, che consente a persone in situazioni economiche disagiate di stipulare contratti di locazione o di compravendita a condizioni agevolate, aventi a oggetto beni immobili di proprietà pubblica.

Gli alloggi ERP assicurano, in tal modo, a persone che non hanno la capacità economica di accedere al mercato, di soddisfare in concreto il loro fondamentale bisogno (sentenza n. 44 del 2020), conseguendo quel «bene di primaria importanza» che è l’abitazione (sentenza n. 166 del 2018; si vedano anche le sentenze n. 38 del 2016, n. 168 del 2014 e n. 209 del 2009).
La Consulta ha riaffermato, quindi, che l’accesso all’abitazione, è un “diritto sociale inviolabile”, e questo presuppone che non si possano prevedere criteri che oltrepassino lo stato di bisogno della persona.

Secondo la Corte Costituzionale nel definire i requisiti per l’accesso ai bandi per l’assegnazione di case popolari è irragionevole qualsiasi requisito di residenza pregressa, che nulla ha a che vedere con i bisogni del richiedente. La residenza infatti per la Consulta è “insensibile alla condizione di chi è costretto a muoversi proprio per effetto della sua condizione di fragilità economica”. Oltretutto la residenza, rincara la Corte Costituzionale, non è neanche un idoneo indicatore sul futuro radicamento nel territorio dell’interessato.

Il vulnus della residenza permane secondo la Corte anche nel caso della Regione Veneto, con la la legge regionale che prevede una diluizione del criterio nel tempo con una maturazione del requisito di 5 anni di residenza anche nell’arco di 10 anni.
Insomma la previsione di un requisito dei cinque anni nell’arco dei dieci anni per la Corte appare una furbata della Regione Veneto per non incorrere nelle incostituzionalità già espresse su altre leggi regionali.

La Corte Costituzionale in maniera chiarissima e ineccepibile ha proceduto quindi a dichiarare la incostituzionalità della norma poiché prevedere “la residenza protratta nel territorio regionale quale criterio di accesso ai servizi dell’ERP equivale ad aggiungere agli ostacoli di fatto costituiti dal disagio economico e sociale un ulteriore e irragionevole ostacolo che allontana vieppiù le persone dal traguardo di conseguire una casa, tradendo l’ontologica destinazione sociale al soddisfacimento paritario del diritto all’abitazione della proprietà pubblica degli immobili ERP.”

Ora alla Regione Veneto non resta che abrogare dalla legge regionale la disposizione relativa al requisito della residenza per accedere alle case popolari.
Ora si apre anche un’altra questione. I Comuni del Veneto che hanno emanato i bandi tenendo conto della disposizione della legge regionale in materi di residenza ora dichiarata incostituzionale e che per quella norma hanno escluso illegittimamente cittadini stranieri, e non, perché tale norma si applicava anche a italiani che erano per esempio dovuti andare a lavorare in altre regioni o fuori dall’Italia. Ora quei bandi dovranno essere riaperti per consentire agli esclusi di partecipare.

Alla sentenza della Consulta ha risposto stizzito il Presidente della Regione Veneto che ha affermato: “Se per la Corte Costituzionale la residenza in Veneto da almeno cinque anni, anche non consecutivi, non può essere un requisito necessario per l’accesso alle case popolari vorrà dire che interverremo assegnando punteggi più alti a chi dimostra di aver posto radici da tempo nel nostro territorio. Premieremo nelle graduatorie chi dimostrerà di risiedere in Veneto da tempo”. Sarebbe da rispondere che quanto propone il Presidente Zaia è altrettanto incostituzionale e magari sarebbe il caso che il Governatore del Veneto leggesse la sentenza integrale, non solo il dispositivo.

D’altronde la reazione di Zaia non può stupire, perchè con questa sentenza viene smantellato l’impianto ideologico alla base dell’esclusione dei soggetti fragili, in particolare poveri e migranti, ai quali la Regione Veneto intendeva negare il fondamentale diritto alla casa, e che oggi hanno vedono ripristinato il loro diritto a partecipare ai bandi per le case popolari.

Restano ancora vigenti norme simili in due regioni, Piemonte e Umbria. Sarebbe il caso che anche in queste due Regioni non a caso governate dalla destra procedessero ad abrogarle senza attendere ulteriori sentenze.

Va riaffermato il principio per il quale le politiche abitative e più in generale quelle sociali hanno come mission costituzionale di fornire risposte e sostegni, alle persone bisognose, indipendentemente dalla durata della residenza. Non è compito delle istituzioni pubbliche in questo caso le Regioni legiferare per escludere poveri dai diritti sociali, indipendentemente dall’etnia.

Massimo Pasquini
Massimo Pasquini
Massimo Pasquini è stato a lungo segretario Nazionale dell'Unione Inquilini
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