mercoledì, Aprile 17, 2024
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“Ceramica” e il calcio romantico che non c’è più

di Riccardo Fiore

“Contro il calcio moderno lottiamo!” è questo uno dei cori più longevi delle curve del calcio italiano e non solo. Il tifo organizzato infatti da sempre si oppone al calcio dei milioni e agli stadi intesi come grandi centri commerciali e gli stessi fedelissimi della domenica (in casa e in trasferta) non perdono mai l’occasione di rimarcare che loro non rimangono “in poltrona” per lasciare arricchire televisioni private ormai da anni vere sovrane del calcio giocato, commentato e discusso. Partiamo allora proprio da questo concetto di negazione del calcio moderno per raccontare una Storia di vero calcio (volutamente con la S maiuscola) fatta di un calcio senza i miliardi delle pubblicità e degli sponsor, di un calcio senza i bigliettoni d’oro degli sceicchi ma fatta solo di un calcio di cuore e di vecchie bandiere che ormai non esistono più.

All’inizio degli anni ’80 in un parco della periferia milanese, su un campo che sembra più un terreno da coltivare che un manto erboso, si incontrano spesso due squadre di diciottenni per la solita partita di calcio. La squadra più debole quel giorno è ancora più in deficit perché gioca con un centrocampista in meno e dopo pochi minuti è già sotto di tre o quattro gol. Dietro la porta c’è un signore che osserva e chiede al portiere: «Dai, fatemi entrare». La risposta è secca: «Ma non vedi che siano tutti giovani?» Passano dieci minuti. I gol al passivo diventano cinque e il signore insiste: «Dai, fatemi giocare». I ragazzi ormai non sapendo più a che santo appellarsi lo fanno entrare in campo. Lui ha appena finito di lavorare e indossa ancora la sua cerata con la scritta “Ceramica”, ditta per la quale lavorava. «Come ti chiami?» Risposta: «Ceramica Giovanni!»

«Ceramica dai! passala, Ceramica tira, bravo Ceramica!» iniziano così i ragazzi a coinvolgerlo nel gioco. Triplice fischio: la partita termina 5 a 5, con il veterano Ceramica che segna un gol e ne propizia altri quattro. «Ma lo sai che sei proprio buono? Torna anche sabato della prossima settimana per giocare con noi». Ceramica accetta e da quel momento inizia a giocare e allenarsi con i ragazzi “delle ringhiere a nord della città”. Per due anni, ogni sabato, si presenta al parco Trenno e gioca con i ragazzini finché un sabato un tifoso milanista che conosceva tutte le formazioni delle vecchie glorie lo riconosce. «Ma sapete chi è questo?» chiede con stupore ai ragazzi. «Certo, Ceramica Giovanni» risponde uno dei difensori della squadra. «Ma che Ceramica, questo è Lodetti, Giovanni Lodetti, l’ex calciatore del Milan, Campione Europeo con la Nazionale e campione con il Milan di scudetti e Coppe dei Campioni». Tra i sospetti e l’incredulità e un pizzico di interdizione si sente qualcuno che esclama: «Oh! Lo dicevo io che questo era uno bravo». Il mistero è risolto e Lodetti andrà avanti a giocare altri anni con quei ragazzi che avevano in squadra un campione non solo sportivo ma anche di cuore e di grande modestia.

Giovanni Lodetti nasce nella provincia di Lodi nel 1942. Chiamato “Basléta” per via del mento sporgente inizia a giocare in oratorio di Caselle Lurani e per 100 mila lire il parroco lodigiano lo vende al Milan. Nel 1961 è già in prima squadra. Vince scudetti, due Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e un Europeo con la Nazionale. Il suo debutto è pura poesia. Va in panchina come riserva di Dino Sani che durante la prima partita si fa male. Nereo Rocco lo chiama e gli dice: «Senti, oggi sono diventato matto. Ti faccio giocare. Poi arrangiati». Lodetti entra e non perde più il posto da titolare. In quella squadra ci sono dei campioni come Rivera, Altafini e Cesare Maldini. Poi nel 1970 la poesia diventa triste. Il Ct Valcareggi lo convoca per i Mondiali 1970 in Messico. La Nazionale si prepara nel ritiro messicano quando Anastasi ha un malore e viene sostituito. Dall’ Italia richiamano Boninsegna e Prati. C’è uno di troppo e a Lodetti gli chiedono di restare in Messico come turista. Lui giustamente va su tutte le furie e torna a casa. In estate anche il Milan gli da il benservito e lo vende alla Sampdoria. Resta in blucerchiato quattro anni quando gli dicono di trovarsi un’altra squadra. Si tessera con il Varese e invece lo mandano a Foggia. Altro trasloco e si ricomincia. Poi alla fine della stagione stanco e deluso decide di smettere. Chiede a Rivera di tornare in rossonero come allenatore dei pulcini. Anche in questo caso scelgono un altro. «Da allora – racconta Lodetti– ho smesso con il calcio. E con Rivera non ci siamo più né visti, né sentiti». Da quel giorno però è diventato “Ceramica” e per noi che amiamo il calcio di cuore questa Storia è ancora più bella di tutti i trofei vinti da Lodetti.

Nel mondo del calcio alcuni nomi risplendono come stelle luminose, mentre altri, pur essendo talentuosi e dedicati, possono sfuggire alla memoria collettiva. Uno di questi calciatori leggendari, spesso trascurato nelle cronache calcistiche, è Giovanni Lodetti. “Ceramica” da sei mesi gioca da capitano con la formazione dei santi in paradiso.

Riccardo Fiore

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