giovedì, Ottobre 6, 2022
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Come spende l’Italia i soldi in Libia?

Ancora nessuna risposta alla segnalazione inviata dall’Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione all’Ispettorato Generale del Ministero e degli Uffici all’Estero, al direttore Generale per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie e al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione affinché chiedano all’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, il rendiconto completo dell’impiego delle risorse provenienti dal Fondo Migrazioni in Libia.

Il controllo sulla gestione dei fondi pubblici, scrive l’Asgi, è necessario per valutarne il corretto impiego nel contesto libico, caratterizzato da violazioni contro le persone migranti di portata tale da essere definite quali “crimini contro l’umanità” dalla Missione di inchiesta delle Nazioni Unite.

Ad oggi il Maeci, si è accontentato di rendiconti del tutto generici, tanto da apparire evidente che nessun controllo effettivo è stato effettuato sul corretto utilizzo dei fondi dati ad Oim per le attività in Libia.

Il contesto
Da anni Asgi analizza l’utilizzo dei fondi pubblici destinati all’esternalizzazione delle frontiere. Le organizzazioni internazionali, e in particolare l’Oim, hanno un ruolo centrale nell’attuazione di tali politiche e nella gestione dei fenomeni migratori.

L’organizzazione in Libia gestisce una grande porzione delle risorse impiegate dall’Italia attraverso il Fondo Migrazioni già Fondo Africa. Tra le attività spiccano i programmi di rimpatrio “volontario e umanitario” indirizzati alle persone migranti vulnerabili detenute nei centri di detenzione, intercettate in mare o bloccate nelle aree urbane, ai quali si aggiungono attività a chiaro sfondo umanitario a supporto dei bisogni di base di migranti, sfollati interni, rimpatriati e comunità ospitanti.

In base alle analisi di Asgi, i rimpatri volontari dalla Libia si configurano come vere e proprie espulsioni mascherate. In assenza di strumenti per avere un permesso di soggiorno, esigere i propri diritti o lasciare il paese, le persone migranti in Libia sono costrette a fare ricorso al rimpatrio nel paese di origine per sottrarsi agli abusi e allo sfruttamento. Per le persone richiedenti asilo, rifugiate o sottoposte a tratta, il ritorno può comportare gravi rischi per l’incolumità e rappresenta una violazione del principio di non refoulement (è un principio fondamentale del diritto internazionale che vieta a un paese che accoglie richiedenti asilo di rimpatriarli in un paese in cui rischierebbero di essere perseguitati. ndr)

È necessario inoltre ricordare come nel contesto di violenza generalizzata che permea il paese, numerose milizie armate gestiscono centri di detenzione per migranti (si pensi al famigerato centro di Al Nasr a Zawiya gestito dalla milizia Al Nasr) e permeano il tessuto sociale libico, essendo spesso i “rappresentati” di fatto delle autorità a livello locale. Come ampiamente documentato, molte milizie sono implicate in traffici illeciti – compreso il traffico di migranti – e talvolta finiscono per beneficiare dei finanziamenti internazionali destinati ad altri scopi che gli permettono di rafforzare il potere ed il controllo esercitati.

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