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Da dodici cittadini di New York uno spiraglio di luce per la Democrazia

New York ha quasi nove milioni di abitanti. Tra questi ne sono stati sorteggiati dodici come giurati popolari, per decidere sull’innocenza o colpevolezza dell’imputato Donald Trump, ex Presidente degli Stati Uniti d’America e attuale candidato alle elezioni del prossimo novembre. Non era mai accaduto prima a un ex presidente Usa.

Riconosciuto colpevole di 34 reati sui 34 ipotizzati nel processo sui pagamenti all’attrice di film porno Stormy Daniels, Trump saprà l’11 luglio quale sarà la pena stabilita dal giudice Juan Merchan che ha seguito il processo. Rischia fino a 4 anni di carcere, ma è improbabile che affronterà una pena detentiva.

Senza entrare nel merito del processo, del quale trovate ampie cronache “googlando”, l’elemento che vogliamo mettere in evidenza riguarda lo stato di salute del “sistema democrazia” negli Usa e nel mondo intero.

Il concetto stesso di democrazia viene costantemente messo in discussione da trent’anni a questa parte. E’ sotto attacco soprattutto in quei Paesi occidentali dove, proprio grazie a quel principio, anche forze dichiaratamente anti democratiche, addirittura neonaziste come l’Afd in Germania, sono libere di esprimere le loro opinioni.

La democrazia non è mai stata perfetta fin dalla sua nascita nell’antica Atene, come c’insegnano le opere del professor Luciano Canfora, querelato da Giorgia Meloni, il cui partito porta nel simbolo quella fiamma che s’ispira al Movimento Sociale Italiano, il partito che nel ‘900 radunava giovani e vecchi nostalgici del fascismo, per aver espresso la sua opinione sul controverso rapporto del(la) premier con la democrazia.

La stessa Atene di Pericle mandò a morte, dopo un regolare processo, Socrate “colpevole di non riconoscere come Dei quelli tradizionali della città … ed è anche colpevole di corrompere i giovani”, come ci racconta Diogene Laerzio. Quindi che la democrazia sia un meccanismo imperfetto è cosa nota fin dalla sua introduzione nella vita degli esseri umani.

Gli stessi Stati Uniti sono la dimostrazione di quanto sia imperfetta la democrazia. Il fatto stesso che sia in vigore a livello federale la pena di morte, come nei regimi autoritari, ci pone pesanti interrogativi sul sistema politico di quel Paese. Come ce ne pongono le discriminazioni razziali e sociali nel sistema giuridico.

Tyler Merbler from USA, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Tra le imperfezioni della democrazia, la principale che rileva la redazione di Diogene riguarda la non coincidenza tra democrazia politica e democrazia economica, ovvero la mancata parità di diritti del mondo del lavoro rispetto a chi detiene il potere economico e finanziario. Il liberismo economico è un’interpretazione del pensiero politico liberale basata sui rapporti di forza unilateralmente a favore dei più forti.

Sta di fatto che, nonostante quel sistema sia imperfetto, dodici comuni cittadini hanno avuto il potere di giudicare colpevole di un reato l’ex presidente degli Usa. Non lo avrebbero potuto fare i cittadini di almeno altri 59 paesi nel mondo su 167, secondo il Democracy Index del 2023 stilato dal settimanale The Economist in base a un insieme di criteri: l’equità e la libertà delle elezioni; la sicurezza degli elettori; l’influenza di poteri o governi stranieri; la capacità dei funzionari di attuare modifiche.

La lista di The Economist ci consegna 24 nazioni con democrazia consolidata, 50 con democrazia imperfetta, 34 regimi ibridi e 59 regimi autoritari. Per dare un’idea, la Norvegia è prima in classifica per democrazia, i paesi scandinavi occupano tutti i primi posti, l’Italia è soltanto 34esima, gli Usa sono 29esimi, l’Ungheria è 50esima.

Nel cuore di un continente storicamente legato alla democrazia come l’Europa, il ruolo dei cittadini nel processo politico viene oggi mistificato, così come avveniva negli anni d’inizio del ‘900. Fascismo e nazismo andarono al potere con il voto, utilizzando le masse come forza d’urto. Oggi si chiama “populismo”.

Il populismo è un atteggiamento demagogico che, tramite una propaganda che mescola vero e falso senza scelta etica tra le due opzioni, approfitta dello scontento dei cittadini per creare una contrapposizione tra questi e le “elite” al comando, permanendo in questo atteggiamento finanche quando i partiti populisti prendono il potere, diventando quindi essi stessi “elite”, sfruttando la democrazia che contestano. Esiste un populismo di destra come quello di sinistra. Se siete interessati ad approfondire la questione vi consiglio il lavoro del professor Mattia Zulianello (tasto destro del mouse, traduttore e l’inglese non sarà un problema).

Il populismo offre risposte semplici a problemi complessi, spesso prospettando soluzioni impossibili da realizzare, e adattando il suo messaggio alle circostanze e alle esigenze del momento. Una delle caratteristiche principali del populismo è l’instabilità. I processi alle persone vengono compiuti dal populismo al di fuori delle sedi previste dalla democrazia per essere svolti. Nelle piazze, con la denigrazione sulla stampa, spargendo paura della diversità.

Al populismo il popolo interessa soltanto per raggiungere un fine politico antidemocratico, ovvero non basato sul principio della maggioranza più uno dei voti.

Donald Trump è l’emblema stesso del populismo. La sua indimostrata denuncia dei brogli elettorali di cui ha accusato Joe Biden, smentita persino dagli Stati Usa in cui governano personaggi a lui vicini politicamente, è l’emblema del populismo del XXI secolo. Insieme, naturalmente, all’assalto armato dei suoi seguaci al Congresso Usa, sede delle Camere democraticamente elette dai cittadini.

Dodici semplici cittadini di New York, cinque donne e sette uomini, chiamati a esprimersi sui 34 capi d’accusa contro Trump, dopo sette settimane di dibattito in aula, al termine di dieci ore di camera di consiglio, hanno stabilito che l’ex presidente era colpevole, questo è ciò che unisce tutte le accuse, di frode nei confronti degli elettori. Commettendo, per raggiungere questo fine, molti altri reati, insabbiando uno scandalo che probabilmente, se reso noto all’opinione pubblica, avrebbe influito sull’elezione vinta da Trump nel 2016.

Da quei dodici semplici cittadini proviene oggi una speranza nell’arginare l’ondata di populismo antidemocratico che pervade il mondo. Senza ignorare tutte le imperfezioni e le disuguaglianze sociali della democrazia, possiamo affermare che quei dodici “citizens” hanno respinto l’assalto al di fuori delle regole e delle leggi della democrazia di un razzista, un omofobo, un violento e un truffatore qual è Donald Trump.

Per la prima volta da quando l’ondata populista negli Usa e nel mondo ha cominciato a levarsi, al contrario della prudenza benpensante della politica timorosa di ulteriori disordini sociali nell’attaccare frontalmente l’autoritarismo del populismo, dodici cittadini semplici hanno posto una barriera a questa melma maleodorante. Speriamo che sia l’inizio di un’inversione di tendenza e che un nuovo vento anti autoritario raggiunga al più presto l’Italia.

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