martedì, Settembre 27, 2022
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Dalla salvaguardia della biodiversità dipende la vita dell’umanità

Prima di parlare del suo ultimo rapporto dobbiamo spiegare cosa è L’Ipbes, ovvero Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, un organismo intergovernativo indipendente istituito dagli Stati per rafforzare l’interfaccia scienza-politica per la biodiversità e i servizi ecosistemici per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità. È il più importante punto di riferimento scientifico in materia di tutela delle specie viventi vegetali ed animali. Il suo ultimo rapporto, coordinato da quasi cento ricercatori, è costato quattro anni di lavoro. La conclusione è semplice nonostante la complessità della ricerca: l’umanità sta distruggendo le specie dalla cui tutela dipende la sua stessa sopravvivenza.

La vita di circa quattro miliardi persone dipende infatti da animali e piante selvatiche, funghi o alghe. Ma lo sfruttamento eccessivo di queste risorse e l’impatto negativo del cambiamento climatico sulla biodiversità sta mettendo a rischio la sopravvivenza di metà pianeta. Al centro di questa previsione la gestione sostenibile delle specie selvatiche.

L’Ipbes si è costituito nel 2012 tra 94 governi, pur non facendo parte dell’Onu viene consultato spesso per le sue ricerche dalle Nazioni Unite. E’ un ente indipendente molto serio e apprezzato per la scientificità del suo lavoro. L’allarme che lancia è quindi da raccogliere in quanto basato sui contributi di duecento autori, scienziati, che a loro volta hanno consultato oltre 6.200 fonti scientifiche e 13 mila riferimenti bibliografici.

Miliardi di persone, nelle nazioni sviluppate e in via di sviluppo, beneficiano quotidianamente dell’uso di specie selvatiche per cibo, energia, materiali, medicine, svago, ispirazione e molti altri contributi vitali al benessere umano. L’accelerazione della crisi globale della biodiversità, con un milione di specie di piante e animali in via di estinzione, minaccia questi contributi alle persone.

“Il 70% dei poveri del mondo – si legge nel rapporto – dipende direttamente dalle specie selvatiche. Una persona su cinque si affida a piante, alghe e funghi selvatici per il proprio cibo e per il proprio reddito; 2,4 miliardi di persone si affidano alla legna da ardere per cucinare e circa il 90% dei 120 milioni di persone che lavorano nella pesca di cattura sono sostenuti dalla pesca su piccola scala”.

by Bioversity International

L’uso regolare di specie selvatiche è estremamente importante non solo nel Sud globale. Dal pesce che mangiamo, alle medicine, ai cosmetici, alle decorazioni e alle attività ricreative, l’uso delle specie selvatiche è molto più diffuso di quanto la maggior parte delle persone si renda conto. Le specie di alberi selvatici rappresentano due terzi del legno tondo industriale globale. Il commercio di piante selvatiche, alghe e funghi è un’industria da miliardi di dollari.

Anche gli usi non estrattivi delle specie selvatiche sono un grande affare. Il turismo, basato sull’osservazione delle specie selvatiche, è uno dei motivi principali per cui, prima della pandemia da covid, le aree protette ricevevano a livello globale 8 miliardi di visitatori e generavano 600 miliardi di dollari ogni anno.

Buona parte di queste specie è a rischio. La sopravvivenza di circa il 12% delle specie arboree selvatiche è minacciata dal disboscamento non sostenibile. Piante come cactus, cicadee e orchidee sono minacciate dalla raccolta non sostenibile. La caccia non sostenibile è una minaccia per 1.341 specie di mammiferi selvatici.

L’Ipbes stabilisce una soglia di non ritorno prima della distruzione totale della biodiversità, specifica per ciascun’area di sfruttamento delle specie selvatiche. “La gestione della biodiversità da parte delle popolazioni indigene è spesso legata alle conoscenze, alle pratiche e alla spiritualità locali e l’uso sostenibile delle specie selvatiche è fondamentale per l’identità e l’esistenza di molti popoli indigeni e comunità locali”.

I dati scientifici confermano che i modelli indigeni di gestione delle risorse selvatiche funzionano meglio – dal punto di vista dell’equilibrio uomo-ambiente – rispetto a qualsiasi altro modello. “A livello globale, la deforestazione è generalmente più bassa nei territori indigeni, in particolare laddove esiste la sicurezza del possesso della terra, la continuità delle conoscenze e delle lingue e mezzi di sussistenza alternativi”.

Parlando specificamente della pesca lo studio spiega che il 34% degli stock ittici marini selvatici è sovrasfruttato e il 66% viene pescato entro livelli biologicamente sostenibili, ma all’interno di questo quadro globale ci sono significative differenze locali e contestuali. variazioni. I paesi con una solida gestione della pesca hanno visto gli stock aumentare in abbondanza.

La popolazione di tonno rosso dell’Atlantico, ad esempio, è stata ricostruita e ora viene pescata a livelli sostenibili. Per i paesi e le regioni con misure di gestione della pesca a bassa intensità, tuttavia, lo stato degli stock è spesso poco noto, ma generalmente si ritiene che sia inferiore all’abbondanza che massimizzerebbe la produzione alimentare sostenibile. Molte attività di pesca su piccola scala sono insostenibili o solo parzialmente sostenibili,

Il sovrasfruttamento è una delle principali minacce alla sopravvivenza di molte specie terrestri e acquatiche in natura. Affrontare le cause dell’uso insostenibile e, ove possibile, invertire queste tendenze, si tradurrà in risultati migliori per le specie selvatiche e le persone che dipendono da esse.

Il commercio di specie selvatiche fornisce entrate importanti per i paesi esportatori, offre redditi più elevati per i raccoglitori. Il rapporto affronta anche l’uso illegale e il commercio illegale di specie selvatiche, la terza classe più grande di tutto il commercio illegale, con valori annuali stimati fino a 199 miliardi di dollari. Legname e pesce costituiscono i maggiori volumi e valore del commercio illegale di specie selvatiche.

“L’illusione di un’umanità che possa esistere separatamente dal resto della natura – conclude il rapporto – ha condotto a crisi ambientali gravissime, come i cambiamenti climatici o lo stesso declino della biodiversità”. Senza un’inversione di rotta decisa quattro miliardi di persone nel mondo saranno a rischio della vita, perdendo le risorse per provvedere alla stessa. La riunione conclusiva della Cop 15, Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità, che si terrà dal 5 al 17 dicembre a Montreal, in Canada, sarà un’occasione decisiva per convincere i governi di tutto il mondo a concordare una nuova serie di obiettivi per la natura nel prossimo decennio.

by World Bank Photo Collection
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