giovedì, Giugno 20, 2024
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Don Tonino Bello, un prete scomodo che profuma di popolo

di Riccardo Fiore

Tonino Bello nasce in Salento ad Alessano il 18 marzo 1935 da una famiglia modesta. La madre vedova cresce tre figli tra le difficoltà di un sud dimenticato. Tonino, il figlio più grande, entra in seminario e dopo gli studi ad Ugento, Molfetta e all’Onarmo di Bologna nel dicembre 1957 viene ordinato sacerdote. Parroco prima ad Ugento e poi a Tricase dal 1982 viene nominato da Wojtyła vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi. Fin qui nulla di speciale per un la carriera di un curato di campagna ma è proprio in questi anni che don Tonino Bello consolida, come spesso ricorda Nichi Vendola, la sua figura di missione episcopale non ipocrita e non chiusa dentro al formalismo dei riti liturgici.

Appena ordinato vescovo, durante l’omelia della sua prima messa episcopale tenutasi nella sua Alessano, don Tonino ringrazia quella terra “piccola e povera” che lo ha fatto nascere “povero” come quelle campagne arse dal sole e dalle fatiche dei contadini. I sacrifici di una madre sola che lavorava il tabacco nei campi salentini e le difficoltà vissute fin dalla tenera età saranno per il vescovo di Molfetta gli ideali da cui don Tonino farà nascere la sua diversa missione episcopale, proprio come aveva fatto anche da parroco in Salento.

Difficile e scomoda icona della Chiesa moderna, quella di don Tonino Bello è la “Chiesa del grembiule” che lava i piedi agli ultimi. E’ la Chiesa senza ori e senza segni di potere. Un pastorale e una croce di legno e come anello episcopale la fede della madre. Parla di pace, di diritti, di ultimi e di poveri. Apre le porte dell’Episcopio ai tossicodipendenti, agli sfrattati, agli offesi, agli emarginati e alle famiglie in difficoltà. Nel palazzo vescovile di Molfetta ricava dei piccoli appartamenti per ospitare chiunque ne abbia bisogno lasciandosi per se solo un piccolissimo alloggio personale.

In quegli anni parte sempre di corsa con sua piccola 500 verso i porti stracarichi di immigrati albanesi che arrivano a migliaia sulle cose pugliesi in cerca di aiuto. Loro chiedevano ospitalità e invece lo Stato li respingeva e proprio per questo don Tonino ci teneva ad esserci per cercare sempre la giusta mediazione culturale e spirituale.

Occupa con quasi mille operai delle Acciaierie Pugliesi i binari della stazione di Giovinazzo. I lavorati non ricevevano lo stipendio da mesi e l’azienda pugliese era sull’orlo del fallimento. Don Tonino, il vescovo, partecipa all’assemblea dei lavoratori e davanti agli sguardi stupiti degli operai esprime la sua solidarietà per la loro lotta. Nessuna finta solidarietà di facciata ma sincera vicinanza mettendo a loro disposizione undici milioni di lire prelevandoli dal fondo diocesano. Inoltre, all’arrivo delle forze dell’ordine, chiede anche lui al magistrato di turno di essere arrestato dai Carabinieri qualora ci fosse stato lo stesso trattamento per gli operai manifestanti in difficoltà.

Già gravemente malato organizza e parte con seicento volontari, credenti e atei, verso una Sarajevo assediata da cecchini. La “nave dei folli”, come la chiama la stampa locale, parte da Ancora per Spalato con l’Onu che non garantisce alcuna protezione militare e senza garanzie di protezione in terra jugoslava. Porta cibo, medicinali, vestiti e aiuto in una terra martoriata dalla guerra e marcia per la pace nella capitale bosniaca assediata dall’esercito serbo. L’11 dicembre arriva sulla montagna innevata che sovrasta Sarajevo. Con una delegazione di dieci persone si reca a Ilidža a mediare, con una trattativa lunghissima, con i militari serbi. Don Tonino racconta che un uomo, vista la sua croce al collo, lo invita a casa sua dove era in corso un rito funebre. Rivolgendosi al vescovo l’uomo gli dice: “Io sono serbo, mia moglie è croata, queste mie cognate sono musulmane, eppure viviamo insieme da sempre e ci vogliamo bene. Perché questa guerra? Chi la vuole?”

Da sempre è stato con gli ultimi, ha consolando gli afflitti, le vittime delle guerre, i poveri e i migranti. Ha scosso e criticato tutti quelli che girano la testa dall’altra parte, gli indifferenti, i borghesi, i conformisti, i privilegiati, appunto i “farisei”. Ha lottato incessantemente contro i signori e i poteri forti delle guerre, testimoniando la sua viva e instancabile presenza contro i conflitti del Golfo, la militarizzazione della sua Puglia e la lunga guerra in ex Jugoslavia.

Quella di Mons. Bello, come nessuno lo chiamava perché da sempre e per tutti è sempre stato don Tonino è una Chiesa diversa. Una Chiesa povera, senza retorica, senza ipocrisie che spesso ha messo in difficoltà i poteri forti del cattolicesimo e della politica. Ha combattuto contro la povertà, l’emarginazione e l’ingiustizia, criticando apertamente i sistemi che perpetuavano tali situazioni. Ha utilizzato il suo ruolo di vescovo per denunciare le disuguaglianze e per promuovere una società più giusta e solidale. Nella storia della Chiesa, pochi preti hanno lasciato un’impronta significativa con il loro coraggio, impegno sociale e profonda spiritualità. Uno di questi è stato don Tonino, prete scomodo che ha ispirato intere generazioni.

Il 24 aprile 1993 giorno del suo funerale, sulla banchina del porto di Molfetta, sessantamila persone piangevano un prete vero dal grembiule rivoluzionario.

Riccardo Fiore

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