martedì, Settembre 27, 2022
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Fatti gli affari loro. Parola di Barbara Ehrenreich

di Alfredo Facchini

“Il compito di un giornalista? Trovare la verità e convincere le persone a prestarvi attenzione”.

La citazione è di Barbara Ehrenreich, che se n’è andata all’età di 81 anni, il 1 settembre in Virginia.

La Ehrenreich, giornalista, scrittrice, attivista, “libro dopo libro, colonna dopo colonna, ha invitato a guardare insieme a lei nelle vite interiori degli americani della classe media in Fear of Falling; nella vita dei più poveri di Nickel e Dimed; nella persistente attrazione per la guerra in Blood Rites”. [Nymag]

Nasce a Butte, nel Montana, nel 1941, quando, Butte, era ancora una città tipicamente mineraria. Il padre era un minatore, così come il padre di sua madre.

Il suo è un giornalismo “immersivo”, mai convenzionale. Ha richiamato l’attenzione su questioni a cui nessuno stava pensando, come il business del plasma, che paga i poveri per le loro proteine del sangue vitali. O sul numero crescente di asili nido che funzionano 24 ore al giorno, perché i loro genitori devono lavorare praticamente 24 ore su 24.

Ha fatto riaffiorare la vita dei senzatetto americani che vivono tutto l’anno nelle tende o indagato sull’epidemia di suicidi tra gli agricoltori americani.

“Nickel and Dimed”, è probabilmente il suo libro più famoso. In Italia è stato tradotto così: “Una paga da fame. Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo”.

Barbara Ehrenreich getta la sua luce ultravioletta sulla condizione di milioni di americani, e non solo ovviamente, che si sbattono ogni giorno senza sosta in cambio di lavori modestissimi e salari da fame.

Nel 1998, l’autrice decide per un paio di anni di fare la loro stessa vita, per cercare di capire meglio che cosa c’è dietro le retoriche che invocano la fine dello stato sociale.

Lascia la sua casa confortevole, rinuncia a utilizzare le sue carte di credito e lo status di intellettuale e giornalista. Fa la donna delle pulizie nel Maine e lavora come commessa in un “Walmart” a Minneapolis.

Scrive:”Questi lavoratori in realtà sono i maggiori filantropi della nostra società”.

Come? “Trascurano i propri figli perché si prendano cura dei figli degli altri; vivono in alloggi scadenti in modo che le altre case siano lucide e perfette”.

“Essere un membro dei lavoratori poveri – conclude – è essere un donatore anonimo, un benefattore senza nome, per tutti”.

Ha dato voce e luce a chi non ha voce e luce.

“Questo è stato il mio modo di sfatare il pregiudizio comune secondo cui i poveri sono poveri solo perché vogliono esserlo, perché non fanno uno sforzo, o perché da qualche parte lungo la strada si sono dimenticati di ottenere un’istruzione per una carriera ben pagata.

All’indomani della sua scomparsa, una lettrice ha twittato che “Nickel and Dimed”: “è uscito l’anno in cui la mia vita è esplosa, la bolla delle dotcom è scoppiata e sono andata a lavorare come donna delle pulizie in un cimitero… non ce l’avrei fatta senza di lei”.

Durante gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, è stata una figura di spicco nei “Socialisti Democratici d’America” .

“Non ho mai visto un conflitto tra giornalismo e attivismo. Come giornalista cerco la verità. Ma come persona, sono anche obbligata a fare qualcosa al riguardo”.

Instancabile, nel 2012 fonda ”Economic Hardship Reporting Project”, un’associazione giornalistica che supporta e cura gli scrittori e reporter sottopagati e indipendenti, che vivono la povertà o ne riferiscono in prima persona.

“Ma questo, ovviamente, non è il genere di cose che vogliono sentire i nuovi super ricchi proprietari del business dei media”.

Editorialista e saggista, ha scritto una raffica di inchieste, reportage e oltre 20 libri, di cui il primo, nel 1969, sul movimento contro la guerra in Vietnam.

Ma non ha mancato di riflettere anche sulla vita e sulla morte: “Si può pensare alla morte con amarezza o con rassegnazione, come una tragica interruzione della propria vita, e prendere ogni misura possibile per rinviarla. Oppure, più realisticamente, si può vedere la vita come l’interruzione di un’eternità di personale inesistenza, e coglierla come una breve occasione per osservare e interagire con il mondo vivente, sempre sorprendente, che ci circonda”.

Alfredo Facchini

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