mercoledì, Maggio 29, 2024
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I forzati dell’Intelligenza Artificiale. 150 euro al mese per rivedere i dati

Nel 2021, Mophat Okinyi, impiegato presso la società di elaborazione dati Sama, è stato incaricato di rivedere quotidianamente centinaia di testi contenenti descrizioni di stupro, incesto e necrofilia, per addestrare un modello di intelligenza artificiale (AI) di un cliente non rivelato, guadagnando 21.000 scellini keniani al mese, 150 euro. Questo compito ha avuto un impatto duraturo sulla sua vita personale, rivelando i sacrifici umani nascosti dietro l’avanzamento tecnologico.

Un’inchiesta condotta da France Info ha permesso di fare luce sul lavoro nascosto delle mani invisibili che consentono all’AI di progredire. Dietro il boom dell’intelligenza artificiale generativa si nasconde lo sfruttamento di lavoratori anonimi sparsi in tute le parti del mondo.

Il caso di Okinyi sottolinea la dipendenza dell’AI dal lavoro umano invisibile, spesso svolto da lavoratori in paesi economicamente svantaggiati. I lavoratori, che annotano dati per addestrare algoritmi, costituiscono un esercito anonimo essenziale per l’intelligenza artificiale, spesso lavorando in condizioni precarie per paghe minime.

Nelle Filippine, ad esempio, i lavoratori del settore guadagnano tra 1,50 e 3 dollari per attività su piattaforme come Remotasks, posizionando pixel su immagini per addestrare algoritmi di analisi video. Questo lavoro, ripetuto per ore ogni giorno, è cruciale per sviluppi come l’autoguida di Tesla e sistemi di sorveglianza algoritmica.

In tutto il mondo, i lavoratori affrontano sfide simili, da compiti di categorizzazione in Venezuela pagati pochi centesimi, a mansioni complesse di annotazione video o dati lidar. Questo lavoro di micro-tasking, che varia in complessità e remunerazione, è spesso l’unica fonte di reddito in paesi come il Venezuela, colpiti da crisi economiche.

Tuttavia, nonostante il ruolo fondamentale di questi lavoratori nell’addestramento dell’AI, le aziende sfruttano le disparità economiche globali, pagando salari diversi a seconda del paese. Questa pratica di outsourcing, che beneficia di bassi costi e alta disponibilità di manodopera, è stata criticata come una forma di neocolonialismo digitale.

Okinyi e altri lavoratori esprimono la necessità di maggiore trasparenza e responsabilità da parte delle aziende tecnologiche. La creazione della Kenya Content Moderators Union e della ONG Techworker Community Africa mira a sostenere i lavoratori e a promuovere pratiche etiche nell’addestramento dell’intelligenza artificiale.

Il lavoro di annotazione di dati, sebbene fondamentale per l’avanzamento dell’AI, rimane poco riconosciuto e sottopagato. La storia di Okinyi e di molti altri evidenzia l’importanza di riconsiderare il ruolo umano nell’IA e la necessità di condizioni di lavoro più eque e trasparenti in un settore dominato da pochi giganti tecnologici.

Foto di Mohamed Hassan form PxHere
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