giovedì, Maggio 23, 2024
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Il calo della disoccupazione è uno specchietto per le allodole

Gli ultimi dati Istat evidenziano una crescita nel mercato del lavoro, ma sollevano interrogativi sulla qualità delle opportunità di impiego offerte. A dicembre, si è verificato un aumento di 14 mila posti di lavoro rispetto a novembre, ma questa crescita nasconde dinamiche preoccupanti: mentre i contratti a tempo indeterminato sono diminuiti di 33 mila, quelli a termine e gli autonomi hanno visto rispettivamente un incremento di 21 mila e 26 mila.

L’ultima raccolta dati dell’Istat rileva che a marzo, nella fascia di età dai 15 ai 64 anni, il tasso di occupazione in Italia ha toccato il 62,1 percento. Questo rappresenta il livello più elevato dal gennaio 2004, data di inizio delle serie storiche mensili dell’Istat.

Nonostante un trend di miglioramento del mercato del lavoro iniziato nel 2021 sotto il governo Draghi, persiste un significativo squilibrio di genere: a marzo, l’occupazione maschile era al 71,1 percento, mentre quella femminile al 53 percento.

Oltre a questo dato, è evidente che i numeri relativi all’occupazione sono in aumento da tempo. Ma la questione importante da sottolineare è che hanno avuto un ruolo fondamentale nella crescita i contratti a tempo determinato, ovvero la legalizzazione della precarietà nel mercato del lavoro.

A marzo in Italia, i lavoratori dipendenti erano circa 18,8 milioni: di questi, più di 2,8 milioni avevano contratti a tempo determinato, circa 200 mila in meno rispetto a marzo dell’anno precedente. Questa tipologia di contratti mostra una diminuzione sia in termini assoluti che percentuali rispetto al totale dei contratti di lavoro dipendente.

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Riassumendo: a marzo, il 15% dei dipendenti in Italia era impiegato sotto contratti a tempo determinato, un calo rispetto ai mesi precedenti ma non è vero che il precariato ha toccato livelli “minimi”. Infatti, dall’inizio della raccolta di dati mensili nel 2004, il livello più basso di impiego a tempo determinato si è verificato proprio nel gennaio di quell’anno, quando solo l’11,3% dei lavoratori dipendenti aveva contratti di questa natura. Al contrario, il massimo è stato registrato a febbraio 2022, con il 17,3%.

Si è notato un primo significativo incremento di questi contratti tra il 2014 e il 2018, periodo post-approvazione del Jobs Act, seguito da una stabilizzazione dopo l’emanazione del decreto Dignità. Dopo il lockdown del 2020, i contratti a tempo determinato hanno visto un’ulteriore risalita, seguita da un calo.

Quando il governo presieduto da Giorgia Meloni si vanta di aver creato un livello occupazionale da record portando il precariato ai minimi storici mente sapendo di mentire, come confermano i dati sopra evidenziati. L’economia italiana continua a essere dominata dalla ricattabilità dei lavoratori sotto forma di contratti a tempo determinato e gap di genere.

Non è responsabilità del solo governo Meloni naturalmente. La tendenza, come abbiamo visto, è iniziata con il governo Renzi e proseguita con tutti i governi successivi. Di sicuro il Jobs Act ha dato il via a questa mistificazione di dati e, fatto più grave, all’impoverimento dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Ma nessun governo tra quelli di diversi colori che si sono alternati ha mai messo in discussione questa politica.

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