mercoledì, Aprile 17, 2024
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Il caporalato italiano, dalle campagne ai grandi magazzini. La Cassazione difende la legge contro lo sfruttamento

Si pensa erroneamente che il caporalato nel lavoro, quel fenomeno d’intermediari che assumono mano d’opera giornaliera o comunque per un breve periodo senza rispettare alcun diritto dei lavoratori, sia un fenomeno confinato alle campagne o in generale all’agricoltura.

Non è così, come dimostrano gli ultimi interventi do contrasto al fenomeno messi in atto in Italia. A cominciare dalle indagini che hanno portato al rinvio a giudizio per cinque persone, ma erano indagate in ventuno, accusate di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro nel magazzino di Calderara di Reno nel gruppo dell’arredamento e del mobile Mondo Convenienza.

Per ridurre i costi e i tempi di consegna, secondo l’accusa, l’azienda, per cui lavoravano i “caporali” finiti alla sbarra, tramite alcune cooperative, faceva ricorso a facchini sottopagati e sfruttati al limite delle possibilità fisiche.

Turni senza fine, violazioni nella sicurezza sul lavoro, pesanti carichi fisici a mani nude, metodi degradanti e umilianti di controllo a distanza per costringere i lavoratori, con la minaccia di penalità, alla consegna di tutti i pacchi affidati entro la giornata.

Il procedimento riguarda il presidente del Cda di Mondo Convenienza Holding Spa, Mara Cozzolino e altri quattro rappresentanti e responsabili di società coinvolte nella movimentazione del magazzino. A denunciare alla Procura di Bologna gli abusi sono stati una ventina di facchini.

Per un’inchiesta che inizia il suo percorso in tribunale in Emilia Romagna un processo si è invece concluso al tribunale di Fermo nelle Marche. Condannato a tre anni e due mesi di reclusione un imprenditore straniero che sfruttava altri lavoratori stranieri.

L’uomo passava a raccogliere tra le province di Fermo e Macerata otto lavoratori per la raccolta di ortaggi. Solo due italiani erano assunti mentre altri sei stranieri erano totalmente irregolari. Tutti però erano sottopagati e costretti a turni che non prevedevano nemmeno la pausa pranzo.

Arresti domiciliari con braccialetto elettronico invece per un altro imprenditore straniero, stavolta a Caltanissetta. per i casi di caporalato collegati alla morte di Adnan Siddique, ucciso a 32 anni con diverse coltellate il 3 giugno del 2019.

In precedenza l’uomo era in carcere. Il processo per il delitto di Siddique, che aveva denunciato il caporalato nelle campagne del nisseno volge verso la conclusione dibattimentale.

Si chiama invece “Operazione Zafira” l’indagine contro il caporalato nei campi avviata tra le province di Ferrara e Rovigo da Carabinieri, Gruppo per la tutela del lavoro e Ispettorato del lavoro. Tre arresti e diciotto titolari di aziende agricole denunciati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

159 i braccianti sfruttati, tutti di origine pakistana, impiegati in condizioni illecite e precarie nelle aziende sotto accusa.

A Gorizia invece a fine febbraio, grazie a una telefonata anonima, sono stati scoperti 30 braccianti rumeni, tra cui due minori, segregati in case fatiscenti e prive di servizi igienici , obbligati a lavorare per pochi euro, minacciati e picchiati. Tre persone sono state arrestate.

Pochi giorni fa la Cassazione si è pronunciata sull’articolo 603 bis del Codice penale, contro lo sfruttamento dei lavoratori, che era stato modificato dalla legge 199 del 2016, conosciuta come “legge anticaporalato”, finito nel mirino di settori del mondo sedicente “imprenditoriale”.

La Cassazione ha definitivamente stabilito che l’articolo che permette la repressione del caporalato è costituzionale. Si pronunciava contro il ricorso di un “imprenditore” di Prato, che aveva schiavizzato i suoi dipendenti con turni di 16 ore e sigillato le uscite di sicurezza dei locali in cui operavano.

Foto di Shedrack Salami su Unsplash

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