lunedì, Aprile 15, 2024
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Il corpo come megafono. 32 detenuti in sciopero della fame in Italia

di Alfredo Facchini

Alfredo Cospito non è solo: nelle carceri italiane attualmente ci sono altri 32 detenuti in sciopero della fame. In Italia, ormai, il rifiuto alla nutrizione e più in generale l’utilizzo del proprio corpo sembra essere l’unico mezzo di protesta a disposizione di chi è rinchiuso in galera.

Lo sciopero della fame è abbastanza frequente nei penitenziari, così come lo sono molti altri gesti autolesionistici. Dalla pratica di tagliarsi a quella di ingerire batterie, dal cucirsi le labbra al provocarsi overdose con i farmaci, il corpo è uno strumento potente da utilizzare come megafono, quando la tua voce è ridotta a un soffio. (Valentina Calderone)

Ma quello del “digiuno” è una forma di lotta, che se prolungata, ha portato in parecchi casi alle estreme conseguenze, alla morte. Tutti precedenti che moltiplicano le preoccupazioni per la sorte di Alfredo.

La mente va a Sami Mbarka Ben Gargi, Virgil Cristian Pop, Salvatore “Doddore” Meloni, Carmelo Caminiti, sono solo alcune delle persone morte in carcere in anni recenti dopo aver intrapreso uno sciopero della fame.

Nel 2009, Sami Mbarka Ben Gargi, dopo 18 giorni di digiuno nell’istituto di Pavia, perde 21 chili e muore in ospedale, in seguito a un Trattamento sanitario obbligatorio. Nel 2012, Virgil Cristian Pop, bulgaro, rinchiuso nel carcere di Lecce, perde la vita dopo 50 giorni di sciopero della fame. Nel 2017, è la volta di Salvatore “Doddore” Meloni, indipendentista sardo, dopo 66 giorni di digiuno muore all’interno dell’istituto penitenziario di Uta (Cagliari). Nel 2020, dopo due mesi di sciopero della fame muore Carmelo Caminiti, detenuto a Messina, in attesa di giudizio e dopo la revoca degli arresti domiciliari.

Rifiutare gli alimenti necessari a reintegrare le perdite quotidiane, non assumendo tutti quei materiali indispensabili a produrre energia per l’attività respiratoria, cardiaca, motoria ed ogni altra funzione organica, costringe l’organismo, al fine di sopravvivere, ad utilizzare le sue riserve, andando incontro ad un processo di autodistruzione, ponendosi nella condizione di vivere consumando se stesso. (M.G. Maffei)

Diversi, poi, sono i fattori che possono condizionare, in tempo più o meno brevi, il sopraggiungere dell’esito letale, l’età e la costituzione del soggetto, il suo stato di salute.

Il 4 marzo 1947, Giovanni Puleo, Francesco La Barbera e Giovanni D’Ignoti vennero fucilati dallo Stato italiano nei pressi di Torino. Erano stati ritenuti colpevoli di una strage in una cascina e quella fu l’ultima volta che in Italia venne comminata la pena capitale, poi abrogata con la Costituzione repubblicana entrata in vigore nel 1948. (Wired)

Sicuri? Da allora la lista delle persone che hanno perso la vita per mano o nelle mani dello Stato è impressionante. A questa lista nera vanno aggiunti anche tutti quegli individui per cui le “Autorità” non hanno fatto niente per salvarli: dai migranti ai detenuti. E Alfredo Cospito, tutto lascia intendere, rischia di finire in questa tragica contabilità. E’ un condannato a morte.

Alfredo dal 20 ottobre ha smesso di mangiare come si dovrebbe. Contesta il regime carcerario a cui è sottoposto, una forma di pena che finora non era mai stata comminata a chi non ha mai commesso un omicidio. Il suo è il profilo di una vera e propria persecuzione. Lo si vuole fiaccare fino all’annientamento. Perché questo Stato avrebbe tutti i mezzi per salvare Alfredo, a partire dagli arresti domiciliari che gli ha negato.

Intanto, dopo dieci giorni di protesta davanti al Quirinale, Lello Valitutti, leader storico delle formazioni anarchiche, ha iniziato e proseguirà per almeno 30 giorni uno sciopero della fame che interromperà qualora il presidente della Repubblica si pronunciasse sulla vicenda Cospito: «qualsiasi cosa anche di essere favorevole al 41bis purchè si assuma le sue responsabilità».

E’ lecito attendersi che il silenzio si faccia ancora più assordante.

Alfredo Facchini

Foto di camilo jimenez su Unsplash

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