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Il sesso dei disabili, un tabù molto italiano. Un diritto negato

Dieci anni di inerzia e varie proposte di legge cadute nel vuoto. Questo lo spirito di viva attenzione che dall’aprile 2014 muove il Parlamento italiano sul tema del diritto alla sessualità delle persone disabili.

E così, se dall’Australia al Regno Unito, dalla Svezia alla Danimarca, la figura professionale del “love giver” (o assistente sessuale) trova una qualche forma di regolamentazione giuridica (centrale o locale) , qui da noi si lascia marinare nella palude dei tacenda la garanzia di un bisogno primario dell’individuo.

Se a Berlino già nel 2011 l’Artemis, la più grande casa chiusa della Capitale, ha eliminato le barriere architettoniche che impedivano ai disabili di accedere ai suoi servizi ed è stato assunto personale specializzato per aiutare chi si muove su una sedia a rotelle, a Roma l’ultima proposta di legge portata in Parlamento, dopo un primo naufragio nel 2014 di un provvedimento a firma Cirinnà – Lo Giudice, risale a settembre 2023 ed è firmata da Marco Furfaro (Pd).

Dopo quasi un anno non è stata neanche ancora assegnata ad una Commissione Parlamentare, lontanissima da ogni probabilità di avvio di dibattito. Onore cui ha avuto diritto, per dire, addirittura l’Istituzione della Giornata nazionale della prevenzione veterinaria (qualunque cosa sia), che sta impegnando i parlamentari della Commissione Sanità alla Camera.

Il tutto, mica solo in barba ai primi tre articoli della nostra Costituzione, ma anche alla faccia dell’Onu che nel 1993 ha approvato il 20 dicembre una Risoluzione 20 (la n. 48/96) contenete le “Regole Standard per l’uguaglianza di opportunità delle persone con disabilità”, un atto attraverso il quale viene riconosciuto ai portatori di handicap il diritto di fare esperienza della propria sessualità.

Si chiedeva agli Stati di promuovere leggi che non discriminassero le persone con disabilità per quel che riguarda le relazioni sessuali, il matrimonio e la maternità e di assicurare l’accesso a informazioni sul funzionamento sessuale del proprio corpo, nell’ambito più generale della tutela del benessere psicofisico della persona e della garanzia di diritti fondamentali quali l’uguaglianza, la dignità sociale, il diritto alla realizzazione personale e l’autodeterminazione.

Lo stesso giorno, nello Stivale, stile cronache uraniche, Umberto Bossi andava da Antonio Di Pietro a restituire la tangente di 200 milioni ricevuta. Altro che love giver.

Il timido dibattito italiano in ambito giuridico sul diritto dei disabili all’affettività e all’erotismo affonda le proprie radici nell’esistenza di uno stereotipo a doppio binario che prevede da una parte “l’infantilizzazione” del malato e dei suoi bisogni (essere compatito, pulito e nutrito) dall’altra la formazione di un pregiudizio su chi viene pagato per dare piacere. Un doppio tabù incrociato pressoché letale.

Sebbene, grazie al contributo di associazioni che si occupano di disabilità e talvolta dei disabili stessi in prima linea, questo paradigma culturale si stia lentamente scardinando, la consapevolezza e il riconoscimento da parte dell’opinione pubblica non è sufficiente a dare risposte efficace alle necessità dei disabili e delle loro famiglie.

Le barriere di carattere sociale e fisico diventano veri e propri muri, salvo delocalizzare il tema, una volta divenuto emergenza, nel calderone indistinto della depressione o della aggressività dei malati.

“Questo”, spiega l’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma, “ha portato a cercare di risolvere la cosa attuando semplicemente interventi in grado di arginare un problema, come ad esempio ricorrendo al soddisfacimento dei bisogni sessuali tramite la prostituzione o tramite l’intervento fisico dei familiari stessi, utilizzando i farmaci o la chirurgia per eliminare il bisogno alla radice, imponendo punizioni o strategie inibitorie o compensatorie”. Tale organismo già dal 1988 opera in questo e in tutti i settori attinenti la vita sessuale con un approccio integrato e oggi riconosciuto a livello internazionale come “approccio biopsicosociale”.

Il punto cardine della mission dell’Istituto è l’idea di diritto al benessere: “Sottolineare il concetto benessere invece che quello dell’emergenza della problematica ci induce a pensare un intervento concreto in maniera differente e a questo proposito l’educazione sessuo-affettiva risulta essere un ottimo strumento.

Infatti, come tutti gli altri comportamenti dell’essere umano, anche quello sessuale è in gran parte oggetto di apprendimento ed è quindi possibile insegnare la sessualità anche, e soprattutto, a chi ha più difficoltà nell’impararla a causa della propria disabilità”.

Senza dubbio la tematica si presenta complessa dal momento che esistono molteplici declinazioni e diversi gradi di severità delle menomazioni: esiste la disabilità psichica, in cui spesso livello cognitivo e livello di sviluppo ormonale seguono un passo diverso; esiste la disabilità fisica che talvolta colpisce anche la funzionalità dell’apparato riproduttivo.

Come ricorda la Corte Costituzionale (sentenza 26 febbraio 2010): “Per ognuna di esse [forme di disabilità n.d.r.] è necessario, pertanto, individuare meccanismi di rimozione degli ostacoli che tengano conto della tipologia di handicap da cui risulti affetta in concreto una persona. Ciascun disabile è coinvolto in un processo di riabilitazione finalizzato ad un suo completo inserimento nella società”.

Su questa linea dunque, anche l’esperienza della dimensione erotica dovrebbe rappresentare un percorso personalizzato, in grado di intercettare in primis le esigenze fisiche ed emotive della persona affetta e in secondo luogo proteggere quest’ultimo da incontri potenzialmente rischiosi da un punto di vista igienico – sanitario oltre che da possibili situazioni fisicamente o psicologicamente abusanti, non poco comuni purtroppo, data la condizione di fragilità.

Proprio insistendo su tale princìpio, centrò il proprio intervento in Senato il 9 giugno del 2016 l’avvocato Lorenzo Simonetti, impegnato da anni sul fronte della tutela e del riconoscimento dei diritti civili: “Non è in questione il diritto del disabile alla sessualità”, si legge nel resoconto stenografico della sua audizione, “ma può venirne in rilievo il suo concreto esercizio, nel senso che potrebbe risultare che la sessualità non è consapevolmente vissuta dall’interdetto, il quale non è soggetto della situazione sessuale ma oggetto.

Ecco, in questo caso (e solo in questo caso) sono ipotizzabili delle misure di intervento tramite il coinvolgimento dell’Autorità penale e l’allontanamento (con gli strumenti di Legge) delle persone che mercificano la sessualità dell’incapace”.

Sebbene il diritto alla sessualità non possa essere qualificato come un diritto azionabile del disabile nei confronti dello Stato, bisognerebbe domandarsi se è possibile ricomprendere l’assistenza sessuale per un disabile come un diritto alle prestazioni di cura e riabilitazione, alla stregua delle cure termali (ben sovvenzionate dalle Aziende Sanitarie Locali).

La velleitaria proposta di Furfaro (AC 1432), che reca norme per “L’istituzione della figura professionale dell’operatore per l’emotività, l’affettività e la sessualità per le persone con disabilità” requiesce in pace negli uffici di Montecitorio. Un binario morto, dato che nessuna risorsa è stata aggiunta rispetto a quelle già stanziate dai precedenti governi sul Fondo nazionale per le politiche sociali (FNPS) e che nella legge di Bilancio non c’è traccia di alcun impiego di risorse economiche per la adeguata formazione della figura del love giver.

L’anno prima, nel 2022, ci aveva provato anche il Consiglio della Regione Toscana che, con parole alate (dalle dichiarazioni dell’OMS alla Dichiarazione dei diritti sessuali di Hong Kong del 1999), presentò addirittura una mozione che impegnava la Giunta ad agire, far qualcosa, risolvere. Con un esito bordeggiante il taceat.

Ad oggi in Italia, la formazione degli O.E.A.S (Operatori all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità), è affidata, come al solito, al terzo settore e sparute associazioni di volontariato il cui sostentamento è in parte affidato alle Regioni, ma in larga parte alle donazioni dei privati.

Maximiliano Ulivieri, 54 anni, si occupa di turismo accessibile ed è fondatore nonché Presidente del Comitato Lovegiver, una delle realtà più luminose rispetto alla formazione degli O.E.A.S. Portatore egli stesso di un’esperienza di disabilità, ha dato vita nel 2013 ad un’Associazione di volontariato di promozione delle pari opportunità, ispirata ai modelli nord europei, ed è autore di uno dei pochissimi libri sul tema: Lovability (Ed. Erickson, 2014).

Il progetto prevede corsi – tramite accurata selezione sulla base di valutazioni sanitarie e psicologiche – per operatori professionali con orientamento bisessuale, omosessuale ed eterosessuale, che possano supportare le persone con disabilità a sperimentare l’erotismo. “Questo operatore”, spiega nella presentazione del sito web di Lovegiver.it, Fabrizio Quattrini, Vice Presidente del Comitato e psicoterapeuta, “formato da un punto di vista teorico e psico – corporeo sui temi della sessualità, permette di aiutare le persone con disabilità fisico – motoria e/o psico – cognitiva a vivere un’esperienza erotica, sensuale o sessuale.

Gli incontri, infatti si orientano in un continuum che va dal semplice massaggio, al corpo a corpo, sperimentando il contatto e l’esperienza sensoriale, dando suggerimenti fondamentali sull’attività autoerotica, fino a far sperimentare il piacere dell’esperienza orgasmica.

L’operatore definito “del benessere sessuale” ha dunque una preparazione adeguata e qualificante e non concentrerà esclusivamente l’attenzione sul semplice processo meccanico della sessualità”.

Il rigido codice etico del Comitato Lovegiver fissa modalità di incontro personalizzate sulle esigenze dell’assistito, che ne rispettino le possibilità di movimento e le capacità intellettive; pianifica controlli sanitari periodici sul personale addetto, intervenendo anche in materia di igiene degli indumenti e di eventuali sex toys utilizzati; stabilisce infine le regole col committente relative alla retribuzione dell’O.A.E.S.

Chiunque palleggi la difficile materia della “concretezza” si sarà, quindi, potuto formare un’idea di come in Italia, magari non fanalino di coda, ma certamente neanche capofila nel sostegno al dibattito, l’affermazione di questo diritto sia ancora piuttosto fatta della materia dei sogni o, per dirla con maggior tecnicismo mutuato dal preambolo della citata mozione toscana, “il rifiuto nell’immaginario sociale dei bisogni sessuali delle persone con disabilità si fonda su reticenze, silenzi e pregiudizi che possono compromettere l’ideazione, la realizzazione e l’erogazione di servizi utili per la tutela della salute e dei diritti umani”. Il rifiuto, appunto.

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