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Il suffragio diretto del Parlamento Ue, una conquista non una concessione

Fino al 1979 il Parlamento europeo era formato da rappresentanti designati dai Parlamenti degli Stati membri. Nei Trattati di Roma, questa istituzione era denominata semplicemente “Assemblea”. Solo a partire dalla prima riunione, che si tenne a Strasburgo il 19 marzo 1958, l’Assemblea stessa si autoproclamò “Assemblea parlamentare europea”. E il 30 marzo 1962 approvò una risoluzione con cui assumeva il nome di “Parlamento europeo”.

Si trattò di un atto unilaterale, compiuto senza il coinvolgimento degli Stati che avevano sottoscritto i Trattati. Un atto che esprimeva la volontà dei rappresentanti dei popoli di indirizzare il cammino dell’integrazione verso un accrescimento del ruolo della loro istituzione.

L’adozione della parola “Parlamento” richiamava i principi del costituzionalismo e della democrazia rappresentativa. Per questo la decisione dei parlamentari europei fu un chiaro segnale politico. Ma le altre istituzioni, negli atti formali, continuarono a fare riferimento all’Assemblea. Bisognerà attendere addirittura l’entrata in vigore dell’Atto unico, nel 1987, per vedere riconosciuta la denominazione di “Parlamento”.

Tuttavia, il nuovo nome entrò nel linguaggio comune e si impose come una sorta di nome naturale per una istituzione di questo tipo, come appunto è assodato nella tradizione del costituzionalismo.

È bene ricordare quelle lontane vicende. Testimoniano, infatti, una tendenza storica non trascurabile. L’organo assembleare, fin dall’avvio della integrazione europea, è stato in grado di incidere sugli indirizzi comunitari attraverso una strada non direttamente contemplata o disciplinata dai Trattati ma resa possibile dalla forza delle dinamiche politiche.

In virtù di tale incessante pressione, si arrivò alla decisione del Consiglio europeo di Parigi, nel dicembre 1974, di eleggere, a partire dal 1978, il Parlamento europeo a suffragio diretto universale. Si aprì così una discussione molto complicata soprattutto sul numero di seggi da attribuire a ciascuno Stato membro e sulle regole elettorali da applicare.

Il 14 giugno 1975 il Parlamento approvò una risoluzione volta a dare corso a quanto stabilito a Parigi e il 20 settembre 1976 il Consiglio dei ministri procedette all’adozione dell’”Atto relativo all’elezione dei rappresentanti nell’Assemblea a suffragio universale diretto”.

Un limite di quel passaggio storico fu la mancata definizione di regole elettorali comuni da indicare agli Stati membri. Eppure i Trattati di Roma erano chiari al riguardo. L’art. 138, terzo comma, del TCee stabiliva, infatti, che “l’Assemblea elaborerà progetti intesi a permettere l’elezione a suffragio universale diretto, secondo una procedura uniforme in tutti gli Stati membri”. E con il comma successivo che “il Consiglio, con deliberazione unanime, stabilirà le disposizioni di cui raccomanderà l’adozione da parte degli Stati membri, conformemente alle loro rispettive norme costituzionali”.

Si trattò di un difetto a cui non si è mai posto rimedio, visto che le leggi elettorali per il Parlamento europeo sono tuttora di competenza nazionale. E così il quadro politico europeo non si è potuto costruire autonomamente, ma è stato sempre la sommatoria delle specificità nazionali.

Nonostante quel limite, che tuttora paghiamo, il salto di qualità fu del tutto evidente. Cambiò in modo significativo la percezione del Parlamento europeo da parte dei cittadini chiamati alle urne.
Per superare la contrarietà della Francia e del Regno Unito, i governi s’accordarono di lasciare immutati i poteri dell’Assemblea.

Se le prime elezioni si tennero solo nel 1979, e non già l’anno prima come previsto dal Consiglio europeo del 1974, la responsabilità è da attribuire soprattutto al ritardo causato dall’attesa di una pronuncia in merito del Conseil Constitutionnel, l’organo di giustizia costituzionale previsto dalla Carta transalpina, chiamato a stabilire se un Parlamento europeo eletto a suffragio universale fosse compatibile con la Costituzione francese.

Il Conseil si espresse favorevolmente, ma solo a patto che i poteri del nuovo Parlamento non fossero mutati se non in virtù di un eventuale e futuro accordo all’unanimità da tradurre in un’esplicita riforma dei Trattati, e non con semplici deliberazioni degli organi esistenti.

In tale quadro, fu giocoforza escludere due attribuzioni fondamentali di tutti i parlamenti appartenenti alla tradizione del costituzionalismo liberale e poi democratico. La prima era quella riferita ai poteri costituenti, l’altra era l’iniziativa legislativa.

Come questo breve excursus storico rende evidente, le due attribuzioni che non furono riconosciute allora potranno essere conquistate oggi solo se ci sarà una chiara volontà politica del Parlamento stesso. Ma questa volontà politica deve essere esplicitata in questi giorni dai candidati e tramutarsi in un impegno solenne che essi assumono con gli elettori.

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Alfonso Pascale
Alfonso Pascalehttp://alfonsopascale.it
Alfonso Pascale è uno storico, opinionista e docente di ruralità contemporanea
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