sabato, Settembre 24, 2022
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Il superamento dei campi Rom e Sinti

I dati su Rom e Sinti presentati quest’anno dall’Associazione 21 luglio cadono tra la crisi della pandemia da Covid e quelli della guerra contro l’Ucraina. Se già in passato la sensibilità verso le esigenze delle popolazioni Rom e Sinti era ridotta, a causa dell’impoverimento generale della popolazione, quest’anno le orecchie della comunità saranno ancora meno sensibili nel recepire un altro dramma che avanza, lasciando senza abitazione e diritti migliaia di cittadini. Vediamo le cifre del fenomeno. (www.ilpaesedeicampi.it)

121 insediamenti formali di rom e sinti, 45 “campi rom” in Italia abitati da 7.128 persone. A Roma il più grande in via Caldoni, 795 persone, ma la concentrazione più elevata è a Napoli area metropolitana con 8 insediamenti e 1.336 persone. Nei Comuni di Pisa, Gioia Tauro e Cosenza si registrano invece le presenze di quartieri di “case popolari” realizzati appositamente per un’accoglienza di 930 rom. A Brescia e a Napoli gli unici due “centri di raccolta rom”, dove risultano presenti 218 persone. I “campi sinti” sono invece 66 per un totale di 4.814 persone, a Pavia il più grande con 265 persone. In totale, calcolando soltanto gli insediamenti riconosciuti i campi rom e sinti sono 113 in 73 Comuni e 13 Regioni, 12.096 persone in tutto. A questi vanno aggiunti 2 “centri di raccolta rom” e 6 aree residenziali monoetniche. Un totale di 13.405 soggetti concentrati in strutture, al chiuso o all’aperto, progettate e realizzate dalle istituzioni secondo un criterio segnatamente etnico. Aggiungendo a loro i circa 5.500 rom degli insediamenti informali si arriva a un totale complessivo di 18.760 rom e sinti in emergenza abitativa.

L’associazione 21 luglio ha lamentato che l’Italia paga la cronica carenza di informazioni statistiche affidabili relative agli insediamenti presenti sul territorio nazionale. Un deficit che diventa il principale limite all’agire, in quanto per implementare politiche sociali risulta fondamentale cogliere le problematiche che interessano gli abitanti dei “campi”. I censimenti periodicamente invocati dalla politica hanno come fine ultimo di riportare sempre le questioni Rom e Sinti a emergenza, da affrontare gonfiando o sminuendo i numeri per enfatizzare le politiche di espulsione. E’ quindi difficile, dice la 21 luglio, definire quanti siano i rom e sinti in Italia, ma il lavoro svolto dall’associazione ha permesso di fotografare la situazione nei campi.

Una storia, quella dei campi, che parte dai primi anni ’70 dalle periferie delle città del Nord dove si radunavano piccoli accampamenti di comunità sinte e arriva nel Sud, in prossimità delle fiumare, con gli insediamenti di rom italiani di lunga tradizione. Poi venne il primo flusso di rom provenienti dall’ex Jugoslavia e si stima che dagli anni ’70 in poi soltanto i Rom in italia divennero circa 45.000. Arrivò così a metà anni ’80 la decisione di alcune amministrazioni comunali di finanziarie quelli che impropriamente chiamiamo Campi Nomadi, una sorta di riserve etniche. Poi a inizio anni ’90 arrivarono i primi insediamenti monoetnici, una condizione che farà dell’Italia, il “Paese dei campi”, secondo la denominazione ideata dall’European Roma Rights Centre, in quanto la nazione, nel panorama europeo, più impegnata nella creazione e la gestione del dispositivo escludente denominato impropriamente “campo nomadi”. “Successivamente – scrive l’Associazione 21 luglio – anche alle famiglie rom rumene in fuga dalle persecuzioni del dopo Ceauşescu, vennero aperte le porte dei “campi nomadi”, nella convinzione di aver a che fare con una popolazione omogenea. Per i rom italiani di antico insediamento, invece, si andarono realizzando nel Sud Italia quartieri di edilizia residenziali pubblica riservati secondo un preciso criterio etnico. Recente è l’invenzione dei centri di raccolta rom, destinate all’accoglienza riservata a famiglie rom”.

I numeri illustrati confermano che sono 21 gli insediamenti rom e sinti che risultano in superamento mentre, dal 2018 ad oggi, sono 26 quelli chiusi o superati. Secondo l’Associazione 21 luglio: «Le esperienze passate ci dicono che per superare un insediamento monoetnico non servono approcci speciali – declinati su base etnica – né tantomeno uffici dedicati. Fondamentale è partire da processi di coprogettazione calibrati su ogni singolo insediamento e che coinvolgano anche i residenti”. Questo è un aspetto che però da solo non basta senza prevedere interventi di politica sociale per sviluppare percorsi inclusivi individualizzati e strutturati sulle esigenze dei singoli nuclei familiari. La direzione in cui lavorare, conferma l’associazione, è di relegare al passato la triste stagione che sino ad ora ha contraddistinto l’Italia come il “Paese dei campi”.

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