sabato, Settembre 24, 2022
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Il Vaso di Pandora dell’Eutanasia

di Alberto Benzoni

Per introdurre l’argomento, un richiamo agli anni settanta. Quando molti di noi furono sedotti, fino a farne una parola d’ordine, dal mito dell’alternativa, privo di qualsiasi fondamento politico
Ad indurci all’errore fu, essenzialmente, l’esito del referendum sul divorzio. Dove la Dc era stata clamorosamente battuta. Il che avrebbe portato alla vittoria della sinistra anche alle politiche. A furor di popolo.

Avremmo dovuto essere un tantino più attenti. Accorgendoci, allora, che il no aveva preso più voti a Palermo (feudo Dc) che a Milano, Mecca del riformismo socialista e della modernità. Prendendo atto, qualche anno dopo, che l’ansia liberale e libertaria (e perfettamente condivisibile) manifestata nel referendum sul divorzio, era stata del tutto assente, pochi anni dopo, sui temi dell’abolizione dell’ergastolo e contro la legge Reale. Mentre il voto ancora più massiccio contro l’abrogazione della legge sull’aborto (per inciso, la più avanzata de mondo), aveva coinciso con gli inizi del grande riflusso moderato degli anni ottanta.

In un arco di tempo appena appena più lungo ci si sarebbe accorti che la visione che dei diritti individuali avevano i lettori di Repubblica non coincideva con quella degli abitanti dei quartieri spagnoli di Napoli.
Due segnali necessari per capire quello che sta avvenendo, in materia di eutanasia, all’interno del mondo occidentale.

All’inizio la pronuncia dei giudici costituzionali. A sancire il principio che la vita appartiene a chi la vive , assieme al diritto di porvi fine. Da soli e, se questo fosse impossibile, con l’assistenza di altri. E’ la definitiva e inevitabile separazione dell’umano dal divino. Ma è anche l’inizio di un conflitto tra modernità e tradizione, individualismo e solidarismo, diritti e doveri, privato e pubblico, destinato a separare sempre di più il percorso dell’occidente da quello del resto del mondo. E a danno di entrambi.
A questo punto occorreva legiferare al più presto. Per stabilire a sostegno di chi e in quali condizioni, questa facoltà potesse essere fatta valere.

In Italia, è molto probabile che non si vada oltre una legge sul fine vita, legata a una situazione di sofferenze insopportabili a causa di una malattia totalmente invalidante e/o nella sua fase terminale. Una soluzione cui tendono sia lo Stato che la Chiesa (che, per inciso, condanna l’aborto in linea di principio, come è giusto che sia; ma che non si è mai mossa per rimettere in discussione la legge 194, così come non lo farà – vedi dichiarazioni esplicite della Meloni – il centro-destra).

Analoga la situazione in Germania. Sia perché la sentenza della Corte è recente, sia e soprattutto perché, in un momento di crisi esistenziale, nessuno ha interesse di aprire uno scontro su di un tema potenzialmente molto divisivo.

Altrove, e particolarmente in Europa occidentale e in Canada, le cose si stanno muovendo rapidamente. Al punto di superare un limite dirimente: quello che, nelle leggi varate a inizio secolo, riconosceva (come si pensa di fare oggi in Italia), il diritto al suicidio assistito solo nei casi di cui abbiamo parlato in precedenza. Oggi, invece, non è più così. Oggi, invece, la “sofferenza insopportabile” non è più legata a malattie terminali o a condizioni estreme e senza speranza di guarigione. Per confondersi con il desiderio, comunque motivato, di “porre termine a una vita che non è più degna di essere vissuta da parte di chi la vive”.

Questo il nuovo grande diritto civile su cui il presidente Macron ha deciso di caratterizzare il suo secondo mandato, previa una grande consultazione nazionale. Questa l’evoluzione della legislazione, prevista in Spagna e già varata in Belgio e Olanda, oltre che in Canada. E, in questi ultimi tre casi, con un corollario, gravido di conseguenze; leggi che a decidere se una vita valga la pena sia degna di essere vissuta non è più soltanto il singolo individuo o i suoi familiari, ma lo stato; con ma anche senza il consenso dell’interessato.

Al limite estremo, il Canada di Trudeau, simbolo, se c’è ne uno, della nuova sinistra liberal. Dove, a detta del Washington Post e di un esperto Onu in materia di diritti umani, i malati mentali (31000 persone eliminate nel periodo 2016-2021, 1740 soffrivano semplicemente di solitudine) sono oggetto della “più grave minaccia esistenziale dai tempi di Hitler”.

Riporto qui notizie tratte da Le Monde e dal Foglio. Notizie che non hanno trovato nessuna, dico nessuna, eco nella stampa italiana; in un contesto in cui, in tutti i paesi del nostro grande Occidente il consenso di principio all’eutanasia ha raggiunto percentuali bulgare.

E’ una grande finestra aperta sul nostro futuro prossimo. Un futuro in cui non solo a discettare ma anche a decidere in materia di “vite degne di essere vissute” non saranno gli abitanti delle bidonvilles del terzo mondo (attaccati alla vita più di chiunque altro…) ma i signori delle Ztl.

Oggi, del tutto indifferenti alle conseguenze delle loro azioni (guerre, carestie, milioni di persone a consumare la loro vita lungo le nostre frontiere, sanzioni, cambiamenti climatici, crisi alimentari e via discorrendo). E, in futuro molto prossimo, attenti alle “vite non degne di essere vissute” in casa nostra: troppi vecchi, titolari di pensioni troppo alte, a “gravare sulle spalle di chi lavora”; troppi vecchi a intasare ospedali e istituti a loro dedicati; troppe persone pagate senza lavorare; troppa gente che pretende di essere curata senza avere l’assicurazione; troppi clandestini; troppi… Per loro, unica soluzione, l’eutanasia: quella classica ma anche quella economica.

Il tutto nel consenso generale di una società che porrà i propri bisogni e sogni individuali al di sopra di tutto il resto: ivi comprese le leggi naturali che hanno sinora governato la nostra esistenza.
Un consenso preoccupante. E, in quanto proveniente dalla sinistra, stomachevole.

Alberto Benzoni

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