venerdì, Febbraio 3, 2023
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Inchiesta sulla spesa sociale nel mondo 15: Il Belgio

Annoverato tra i paesi più ricchi d’Europa, il Belgio è anche uno degli stati con un tasso di povertà tra i più bassi dell’ area dell’Unione Europea, circa 2 milioni e mezzo di poveri su una popolazione di più di 11 milioni.

Nonostante la povertà sia aumentata negli ultimi anni, arrivando dal 14% del 2005 al 19,5% del 2019, secondo quanto riportato dall’elaborazione di Openpolis dei dati Eurostat, il tasso rimane comunque al di sotto della media europea, attualmente fissata al 20%.

Questo è possibile anche grazie a un sistema di welfare abbastanza strutturato che prevede, oltre al sistema ordinario di assicurazione sociale e misure di indennità per i lavoratori nel caso di malattia, disoccupazione, pensione o infortuni sul lavoro, anche diverse misure integrative di supporto per i più vulnerabili, finanziate con risorse statali. Ne sono alcuni esempi programmi come gli assegni familiari, il sostegno al reddito e le pensioni sociali.

Anche i lavoratori autonomi possono richiedere la previdenza sociale pagando un contributo inferiore in percentuale, ma che da tuttavia l’accesso a meno diritti.

Il Belgio è tra i pochi paesi ad avere un reddito minimo garantito per legge, di circa 650 euro, di cui può usufruire chiunque non disponga di risorse sufficienti per vivere, anche, ad esempio, se si è appena smesso di percepire un altro sussidio ordinario come l’assegno di disoccupazione.

Un punto importante nel prevenire, oltre a un brusco aumento della povertà, l’abbassamento del tenore di vita, generalmente alto in tutto il Paese, è la presenza del salario minimo garantito, il cui importo è stato aumentato nel giugno scorso per far fronte all’inflazione e stare al passo con la media imposta dall’Unione Europea.

L’impegno contro la povertà di Bruxelles sulla carta risale al 1998, quando venne istituito dal governo federale belga il Belgian Combat Poverty Service (Cps), in accordo con le regioni e le comunità locali.

Nel rapporto del Cps del 2018 “Citizenship and Poverty” è emerso come le diverse misure di protezione sociale siano state sempre più selettive e abbiano penalizzato i beneficiari di assegni sociali in base allo status del nucleo familiare, privilegiando gli individui rispetto a nuclei numerosi, che in proporzione percepiscono importi minori.

Come nel caso in cui un figlio diventi maggiorenne e non sia più considerato a carico della famiglia, questi assume il titolo di “co-abitante”, e il risultato è che il reddito percepito dall’intera famiglia diminuisce.

Nel caso in cui uno dei membri veda aumentare le proprie entrate questo influenza negativamente le possibilità per gli altri di usufruire di un sussidio maggiore.

Anche lo status attribuito a un membro all’interno della famiglia può cambiare, con criteri diversi usati a seconda dei diversi settori di assistenza sociale.

Di conseguenza viene messo in evidenza come queste scelte tendano a scoraggiare la solidarietà e a creare doppi standard tra i diversi gruppi socio – economici.

Anche dal report pubblicato dall’European Anti Poverty Network (Eapn) “Belgian Poverty Watch 2020”, viene evidenziato come le misure anti-povertà seguite da Bruxelles non sono comunque risultate efficaci nel rispettare l’obiettivo concordato con l’Europa, cioè di far uscire dalla povertà 380 mila persone entro il 2020.

Nel testo appare chiaro che non solo i benefici non sono adeguati a consentire l’uscita dalla povertà, ma sono diventati anche meno accessibili negli ultimi anni. Anche il reddito minimo non è più al passo con il costo della vita, mentre si percepisce sempre più il dilagare di una mentalità, dietro alle politiche di spesa sociale, che colpevolizza le persone per la loro condizione di insicurezza economica.

Viene denunciata anche l’inadeguatezza del programma di alloggi sociali, di cui beneficiano alcuni nuclei familiari, inclusa la fatiscenza in alcuni casi degli alloggi stessi, e viene riportato come vi sia un collegamento diretto tra povertà e immigrazione.

In particolare tra gli immigrati non europei è particolarmente basso il tasso di occupazione che si attesta poco oltre il 50% rispetto al 72% della popolazione locale e il mercato del lavoro belga rimane inaccessibile per la maggior parte.

Sono insufficienti anche le politiche per l’integrazione degli immigrati non europei, politiche che penalizzano questo gruppo di persone con lunghi procedimenti burocratici e tempi di attesa per trovare un lavoro e ottenere il permesso di soggiorno. Questo comporta spesso l’impossibilità di lasciare un lavoro, anche se pagato male, e a lungo termine l’immobilità sociale.

Nonostante gli immigrati, il 12% della popolazione totale, per il 67% europei, apportino un grande contributo alla forza lavoro del paese sono proprio questi, insieme ai minori, ai disabili e ai nuclei familiari monogenitoriali, a rischiare di finire in povertà.

Sono proprio le categorie che già sperimentavano forme di povertà monetaria o di reddito quelle che hanno visto la propria condizione peggiorare sensibilmente, ma anche per il ceto medio – basso è aumentato il rischio di insicurezza economica.

In questo contesto Bruxelles si è impegnata a migliorare le condizioni di vita di 93 mila minori poveri entro il 2030, una cifra ancora insufficiente per apportare un cambiamento strutturale.

Anche gli aiuti erogati dallo Stato per fronteggiare la pandemia sono risultati di difficile accesso per i lavoratori precari e autonomi in particolare, esponendo i gruppi più poveri a un maggiore rischio di esclusione sociale.

Dunque il buon rendimento economico del Paese sulla carta e le strategie adottate dal Governo belga non incidono in modo del tutto efficace sulle reali esigenze dei cittadini, che sempre più preoccupati in merito alla recente crisi, sanitaria prima ed energetica in seguito, sono scesi a migliaia in piazza in tutto il Belgio nelle settimane scorse, per protestare contro l’aumento del costo della vita, la disoccupazione che è arrivata al 6% e l’inasprimento delle aspettative di inclusione sociale, in particolare per la fascia più povera della popolazione.

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