lunedì, Settembre 26, 2022
HomeMondoInchiesta sulla spesa sociale nel mondo. 2: La Spagna

Inchiesta sulla spesa sociale nel mondo. 2: La Spagna

Dall’introduzione, avventuta nel giugno 2020, dell’ “Ingreso Minimo Vital”, IMV, in Spagna si iniziano a vedere i primi effetti positivi causati dall’erogazione di questo contributo economico.
L’introduzione di un Reddito di Sussistenza in Spagna, da parte del governo Sanchez, era già prevista negli accordi della coalizione di governo tra il Partito Socialista Operaio Spagnolo, Podemos, il Partito dei Socialisti di Catalogna e Izquierda Unida (Sinistra Unita). In seguito, a causa della pandemia da Covid, il processo ha subito una notevole accelerazione visti i dati allarmanti nel Paese. Su tutti il numero delle richieste per il sussidio di disoccupazione, che solo a fine maggio 2020 erano 600.000 in più della media. Dati così allarmanti da costringere il parlamento a un’approvazione quasi plebiscitaria, tanto che alla fine soltanto Vox, partito di estrema destra, si è astenuto.

Il tasso di disoccupazione nel 2020 in Spagna è stato del 15,6%, uno dei più alti in Europa, in contrasto con la tendenza generale che ha segnato invece un calo diffuso in tutta l’Unione nello stesso anno. A fine 2021 questo tasso è arrivato invece al 13,65%, grazie anche alla creazione di 776 mila nuovi posti di lavoro, con 140 mila disoccupati in meno rispetto al periodo che ha preceduto la pandemia.

Sempre nello stesso anno, riporta la rete di Ong European Anty Poverty Network, le persone in stato di grave povertà erano 4,5 milioni (escludendo quindi quelle in condizioni di povertà relativa), il 9,5% della popolazione totale. È interessante vedere come il profilo medio di una persona in questo stato sia caratterizzato da un livello educativo medio-alto, avere un lavoro e la disponibilità di una casa e un reddito personale mensile inferiore a 535€ per chi vive solo, mentre si scende come media a 282€ ciascuno in famiglie di quattro persone. Anche in Spagna quindi avanza la nuova figura del povero non per mancanza di lavoro ma per bassa retribuzione.

Secondo l’indice Gini, che misura la diseguaglianza tra la distribuzione della ricchezza, la Spagna presenta uno dei più alti livelli di diseguaglianza in Europa, di 3 punti sopra la media europea, rispettivamente 33,2 per la Spagna e 30,8 punti per la Ue.

Nel 2018 le persone a rischio di povertà, cioè coloro che dispongono di un reddito annuo pro capite inferiore al 60% della media nazionale, erano 10 milioni, un minore su quattro e circa 4 milioni di famiglie, ovvero il 21,5% della popolazione.
Se poi si guarda l’indice AROPE (At Risk of Poverty and Exclusion), che tiene conto, oltre alla povertà relativa, della bassa intensità del lavoro e della grave privazione materiale, lo stesso dato sale al 26,1%. Non solo, ma la diseguaglianza si accentua proprio nelle fasce di reddito più basse, raggiungendo così livelli di povertà estrema molto elevati. Anche a livello regionale troviamo una situazione analoga, con le regioni del nord che presentano tassi di povertà relativamente stabili dall’11% della Comunidad Foral de Navarra al 18% della Catalogna, mentre al sud si raggiungono picchi del 37,7% di persone in stato di povertà in Extremadura e Andalusia (secondo Eurostat).

Questo vuol dire che in una popolazione di 47 milioni di individui, più di uno su cinque è in stato di povertà, estrema o moderata. È in questo quadro che si è inserito il Reddito di sussistenza, l’ Ingreso Minimo Vital, di cui i cittadini spagnoli possono usufruire da ormai due anni.
Secondo quanto inizialmente previsto l’IMV avrebbe dovuto coinvolgere 850.000 famiglie, 2 milioni e 300.000 persone di cui il 30% minori, eliminando interamente la fascia di povertà estrema che interessava 1 milione e 600.000 persone.
Una misura, come abbiamo visto, comunque insufficiente, nonostante lo stanziamento di 3 miliardi di euro annui in bilancio, per coprire l’intera fascia del paese in stato di povertà. Ma che rappresenta comunque un barlume di speranza rispetto alla tendenza collettiva verso la tutela dei cittadini più bisognosi.

Gestito ed erogato dall’ Instituto Nacional de la Seguridad Social, il contributo varia da un minimo di 461,5€ a persona e di 1.015€ per le famiglie con quattro figli a carico. Dipende dal reddito e dal patrimonio, ad esclusione della prima casa. Per richiederlo bisogna dimostrare di essere in condizioni di vulnerabilità economica, tra i 23 e i 65 anni ed essere residenti in Spagna da almeno un anno, oltre a dover essere iscritti nelle liste di collocamento. Il contributo prevede inoltre delle misure per incentivare l’occupazione, essendo anche richiedibile da chi ha un basso reddito lavorativo o gode già del sussidio di disoccupazione, essendo cumulabile con altre prestazioni statali.

Proprio oggi, lunedì 13 giugno, a un incontro organizzato dal Nueva Economia Fórum con il Ministro dell’Inclusione, della Previdenza Sociale e della Migrazione José Luis Escrivá, si è parlato dell’intenzione del Ministero di raggiungere con questa misura quante più persone possibile. Al centro della misura c’è l’integrazione dei beneficiari nel mercato del lavoro, motivo per il quale il Ministro starebbe emanando un regolamento di incentivazione per l’occupazione, rendendo l’IMV più compatibile con la situazione lavorativa degli individui che ne godono, privilegiando chi, avendo usufruito del contributo, inizia a lavorare.

Sebbene rispetto alle previsioni iniziali al momento siano soltanto 1,2 milioni le persone che godono del contributo, 461.000 famiglie (circa la metà di quanto previsto inizialmente), nel corso del 2021 e del 2022 e fino alla fine di giugno 2022, sono stati aggiunti incentivi del 15% alla somma erogabile dallo Stato, arrivando cosi a 565,37€ per individuo e fino a un massimo di 1.198,60€ per le famiglie con quattro figli.

Un reddito minimo di sussistenza non può in ogni caso da solo risolvere tutti i problemi relativi alla povertà e alla crisi del mercato del lavoro. Per questo motivo in Catalogna sta iniziando quello che può essere definito, per ambizione, uno dei più grandi esperimenti europei a carico dello Stato per il reddito di base universale. A cura della segretaria generale del Dipartimento della Presidenza Núria Cuenca León, è partito il progetto pilota per il reddito di base universale della Catalogna. Come molti esperimenti già condotti in quest’ambito si analizzeranno gli effetti sul quadro istituzionale, sulla comunità e sulle dinamiche socio-economiche dell’erogazione di questo contributo a cinquemila persone. La proposta è di finanziarlo a livello nazionale, per almeno due anni, con un’ aliquota minima dell’imposta sul reddito delle persone fisiche al 44% e una nuova tassa sul patrimonio. L’ambizione del progetto è rappresentata anche dalla proposta, in via di definizione, di erogare un importo mensile di 947€ per individuo e, per nuclei monogenitoriali, 473,6€ in più per ogni adulto del nucleo, a cui si aggiungono 284,1€ al mese per i minori.

È importante sottolineare che tutto ciò nasce dalla presa di coscienza rispetto al fatto che il 10% della popolazione più ricca assorbe il 64% della crescita economica annua del paese. È stato previsto infatti che una misura di tal genere gioverebbe nettamente al 50% della popolazione, mentre il 30% ne guadagnerebbe un leggero miglioramento e il restante 20% rappresentato dalla fascia più ricca sarebbe l’unica fetta di popolazione ad essere penalizzata.

Dovranno passare almeno tre anni prima di poter vedere i risultati, ma già altri esperimenti sul reddito universale individuale in tutto il mondo hanno mostrato come questo comporti un aumento concreto del benessere, materiale e psicologico, a livello singolo e della comunità. Si spera che questo sia un segnale verso la definizione di piani concreti rispetto all’esigenza, sempre più incalzante, di ridefinire lo Stato Sociale e la realtà economica di miliardi di persone, non solo in Spagna.

Foto by felipe_gabaldon
RELATED ARTICLES

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

ARTICOLI CORRELATI