sabato, Ottobre 1, 2022
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La classifica dei lettori

Dopo Gambia e Moldavia, di poco sopra la Nigeria. Ha destato stupore e costernazione lo scivolamento dell’Italia al cinquantottesimo posto nella classifica che Reporters sans frontières dedica ogni anno alla libertà di stampa nel mondo. Diciassette posizioni al di sotto del già misero quarantunesimo posto rimediato lo scorso anno. Intendiamoci, i criteri per stilare la classifica (contesto politico, quadro normativo, contesto economico, contesto socioculturale e sicurezza) possono essere discussi, ma la tendenza non lascia spazio a dubbi sul declino della stampa italiana.

Va anche detto che se i lettori, un aspetto del problema della stampa italiana di cui nessuno parla per paura di perdere anche i pochi rimasti, leggessero anche l’articolo oltre al titolo dell’articolo, saprebbero che l’Italia con un punteggio medio di 68.16 si trova nella fascia “soddisfacente”. Ma l’indice del declino è chiaro, perchè lo scorso anno la situazione era sì soddisfacente, ma con un punteggio medio di 76,61.

Versata la dose di cattiveria quotidiana sui giornalisti italiani e il loro servilismo verso il potere, siamo adesso con la coscienza tranquilla. Possiamo quindi cominciare a entrare nel merito del lettore italiano, perchè la categoria dei lettori, con la sua scarsa qualità culturale media, gioca un ruolo importante nel degrado del giornalismo italiano.

I dati Istat sulla cultura ci dicono che fra il 2011 e il 2016 l’Italia ha perso tre milioni e trecentomila lettori di libri, soprattutto fra i giovani: il 60% degli italiani non legge. Forse è per questo che al “lettore” italiano piacciono tanto quei programmi spacciati per giornalistici, in cui un’intervistatore aspetta alle due di notte sotto casa un politico per chiedergli la capitale dell’Ossezia del sud e quando quello non risponde tu godi, perchè pensi che sei ignorante come lui ma ti assolvi perchè lui guadagna dieci volte il tuo stipendio. O preferisce i programmi finto giornalistici in cui i conduttori fanno le faccette buffe quando parlano gli ospiti, deridendoli e rendendo inutili le risposte.

Sul totale della popolazione, secondo una ricerca di Audipress del 2019, s’interessano all’informazione da un massimo del 17,7% dei cittadini in Lombardia fino al minimo del 4,9% in Sicilia. Su 8,6 milioni di studenti soltanto 1 milione ha interesse per l’informazione. Tra le persone classificate per titolo di studio come “intellettuali”, in quanto laureate, complessivamente circa 5 milioni, sono in 3 milioni a dichiarare di non avere alcun interesse verso l’informazione.

Siccome i dati Audipress sono del 2019, sarebbe lecito pensare che a causa delle lunghe quarantene imposte successivamente a quel periodo dal covid siano aumentati i lettori d’informazione, almeno di quella online. Secondo una ricerca dell’Osservatorio News-Italia il 34% degli italiani apprende informazioni da Facebook e Twitter. Tra questi però, ci racconta un’altra ricerca di Inria, il 59% non clicca sul link che porta all’articolo, i lettori basano quindi le loro informazioni sui titoli e qualche volta sul sommario visibile sotto al link dell’articolo ma non sull’articolo. Rilanciano e commentano l’articolo senza averlo letto, quindi non per quello che dice ma per quello che credono che dica. Il Censis-Ital Communications nel 2021 calcola in quattro milioni e mezzo gli italiani che si informano solo sui social network e che sono quindi più esposti alle fake news.

Il lettore è dunque come minimo corresponsabile della mondezza che circola in Italia sotto il nome d’informazione. Se i lettori si sforzassero di accedere a più fonti, privilegiando e pretendendo più fatti e meno opinioni da quelle fonti, formandosi quindi un’opinione propria e non rifugiandosi nelle opinioni altrui, uscendo dalla logica binaria di doversi schierare anzichè approfondire i fatti, avrebbero diritto di ritenersi migliori di chi la produce l’informazione.

La realtà al contrario ci dice che ad avere un seguito importante in termini di numeri sono gossip e spettacolo e quei programmi spacciati per giornalismo di cui parlavamo sopra: gli intervistatori di citofoni, il trapezista della vita che soltanto i cazzotti che gli danno gli spacciatori trasformano in “giornalista d’inchiesta”, le telerisse in cui è impossibile persino distinguere le parole e che si chiamano talk-show.

I pessimi lettori italiani hanno la pessima informazione che cercano. Il che non significa un’assoluzione dalle loro responsabilità per i giornalisti, piuttosto una chiamata di correo. Nel momento in cui lo strumento digitale ha offerto al lettore la possibilità di commentare direttamente gli articoli si è dimostrato come i commenti in calce agli stessi di tutto parlino meno che del contenuto dell’articolo, al punto che i giornali più presenti in rete, il Fatto Quotidiano su tutti, sono stati costretti a limitare il numero di commenti settimanali per singolo lettore. Un report dell’American Press Institute dello scorso anno suggerisce a giornalisti e lettori la necessità di ricominciare da zero nell’alfabetizzazione dell’informazione.
Se è vero che un giornalismo migliore rende i lettori migliori è altrettanto realistico affermare che lettori migliori renderebbero i giornalisti migliori.


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