venerdì, Ottobre 7, 2022
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La guerra tra Corea del sud e Giappone riprende in tribunale

La Corte Suprema sudcoreana è chiamata a decidere su una richiesta di risarcimento per il lavoro forzato svolto in tempo di guerra per la società giapponese Mitsubishi Heavy Industries. Un altra grande società giapponese, la Nippon Steel, è sotto processo con la stessa accusa.

La sentenza rischia di provocare tensioni tra i due paesi che da poco hanno riallacciato relazioni amichevoli. Nel mese di luglio il ministro degli Esteri sudcoreano si era recato in visita a Tokyo per la prima volta dopo cinque anni.

In precedenza la Corte Suprema coreana aveva già stabilito il diritto al risarcimento per le vittime dei lavori forzati durante il dominio coloniale giapponese sulla penisola coreana dal 1910 al 1945.

Le due società nipponiche si sono finora rifiutate di pagare, citando l’affermazione del governo giapponese secondo cui tutte le questioni relative al lavoro in tempo di guerra, compreso il risarcimento per i ricorrenti sudcoreani, sarebbero state risolte “completamente e definitivamente” dai termini dell’accordo del 1965, che normalizza i legami bilaterali.

Tuttavia la corte ha ritenuto che i termini dell’accordo e i 500 milioni di dollari di prestiti a basso interesse forniti dal Giappone al governo sudcoreano negli anni ’60 facevano parte di un accordo tra stati mentre le società specificamente incriminate erano responsabili per i risarcimenti individuali.

Se il tribunale deciderà di confermare la sentenza, i beni detenuti da Mitsubishi Heavy Industries all’interno della Corea del Sud saranno liquidati, messi all’asta e gli utili pagati come risarcimento ai querelanti.

Le società impugnarono la sentenza del 2018 e originaria e da lì si sono sviluppati quattro anni di contese diplomatiche e legali, nella speranza di trovare una soluzione che soddisfi tutte le parti interessate ed eviti un crollo nei rapporti bilaterali già tesi. Ma le trattative non hanno dato buon esito.

Quattro giorni fa, parlando a una cerimonia per celebrare la fine nel 1945 del dominio coloniale giapponese sulla penisola coreana, il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol aveva affermato che Tokyo è oggi un partner nell’affrontare le minacce alla libertà globale, esortando entrambe le nazioni a superare le controversie risalenti a quei giorni.

In uno dei suoi primi atti come presidente Yoon ha istituito un organismo di consultazione pubblico-privato composto da accademici, avvocati, giornalisti e leader aziendali per sviluppare soluzioni alla questione dei risarcimenti.

L’ipotesi proposta è la creazione di un fondo congiunto al quale le due società giapponesi contribuirebbero insieme alle società sudcoreane che hanno beneficiato di sovvenzioni e prestiti giapponesi come parte dell’accordo del 1965. La trattativa tuttavia non è andata a buon fine per il rifiuto dei querelanti di far parte dell’organismo bilaterale.

Il presidente Yoon in questo momento è sotto pressione nel suo Paese e subisce forti critiche, con l’accusa di essere eccessivamente ben disposto verso il Giappone. Una sorte analoga a quella che subisce il premier nipponico Fumio Kishida, criticato per essere troppo disponibile verso la Corea del Sud. Già nel 2015, da ministro degli esteri, Kishida aveva concluso un accordo con Seul relativo alle cosiddette “donne di conforto” un eufemismo per indicare le donne coreane costrette alla prostituzione nei bordelli durante l’occupazione giapponese.

A partire dal 1938 centinaia di migliaia di giovani coreani di entrambi i sessi furono reclutati forzatamente dal Giappone nel servizio nazionale del lavoro, che comprendeva circa 750.000 unità, sostituendo nelle miniere e nelle fabbriche del Giappone i militari al fronte. Alla fine della guerra 2,3 milioni di coreani vivevano in Giappone. Oltre il 30% delle vittime dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki erano lavoratori forzati coreani.

Yoon Suk-yeol
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