mercoledì, Maggio 29, 2024
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La povertà culturale in Italia: la ministra Roccella e i talebani anti abortisti

di Alfredo Facchini

A Torino al Salone del libro la ministra alla Famiglia, Eugenia Roccella, quella che «purtroppo» l’aborto è una libertà delle donne, è stata fortemente contestata. Quindici persone sono state identificate dalla Digos e denunciate.

Alla faccia della libertà di espressione.

La parlamentare, Augusta Montaruli, Fratella d’Italia, quella condannata in Cassazione per “spese pazze”, anche lei sul palco ha attaccato duramente il direttore del Salone, Nicola Lagioia per non aver difeso la ministra.

Questa la cronaca. Nel frattempo il movimento “Pro Vita & Famiglia” ha depositato in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare che aggiunge il comma 1-bis all’art. 14 della legge 194/78, che recita così : «Il medico che effettua l’IVG, (interruzione volontaria gravidanza) è obbligato a far vedere, tramite esami strumentali, alla donna intenzionata ad abortire, il nascituro che porta nel grembo e a farle ascoltare il battito cardiaco dello stesso».

Il che significherebbe aggiungere al dolore altro dolore. Come se chi compie questo passo non abbia già il suo tormento interiore. Già che c’erano potevano pure mettere un paio di frustate prima e dopo l’ascolto.
L’iniziativa è una scopiazzatura della legge sul “ battito fetale” in vigore in Ungheria.

In realtà, spiega la Ginecologia, i feti nella fase iniziale della gravidanza, quando si verifica la maggior parte degli aborti, non hanno ancora un cuore funzionante, ma solo gruppi di cellule che inviano segnali elettrici. Il suono del “battito cardiaco” viene generato dal monitor a ultrasuoni per rappresentare questi impulsi elettrici. Non è un vero suono di valvole cardiache che funzionano come si sente in un adulto o in un bambino usando uno stetoscopio.

Da quando Orbán, definito dalla Meloni «patriota d’europa», è salito al potere nel 2010, il suo governo ha promosso i “valori tradizionali della famiglia“ e ha introdotto una serie di misure volte a rispondere al calo della natalità nel Paese.

Tuttavia, in precedenza non aveva mai tentato di modificare le leggi, già restrittive, che regolano il diritto all’aborto.

La legge ungherese prevede che si possa abortire in quattro casi: gravidanza in conseguenza di un reato o violenza sessuale, pericolo per la salute della donna, embrione con handicap fisico grave, situazione sociale insostenibile della donna.

Con la nuova legge introdotta nel 2022 c’è scritto che i medici dovranno presentare un documento che attesti l’avvenuto ascolto del battito del cuore del feto, senza il quale la paziente non potrà accedere all’interruzione di gravidanza.

Leggi simili sono state introdotte in molti Stati del sud degli Usa, come il Texas e il Kentucky, anche in seguito al rovesciamento della “sentenza Roe v. Wade” che ne regolava la pratica a livello federale.
Il timore, che misura dopo misura, di restrizione in restrizione, anche da noi, possa accadere qualcosa di analogo è più che fondato.

«La cosa più grave sta avvenendo in Umbria. – ha denunciato la parlamentare di Sinistra Italiana Elisabetta Piccolotti – Abbiamo segnalazioni di donne che vogliono interrompere la gravidanza ma sono costrette ad ascoltare il battito del feto. Non si può fare l’operazione prima di ascoltare questo battito. Una pratica presente per legge nell’Ungheria di Orban. In Umbria non c’è una legge del genere ma si sta attuando questa pratica, costringendo le donne a tornare in ospedale più volte».

Nel primo giorno di lavori in Parlamento, lo ricordiamo, Maurizio Gasparri ha presentato un Ddl per modificare l’art. 1 del codice civile. In parole povere, il senatore di “Forza Italia“, vuole riconoscere la capacità giuridica al concepito, garantendogli pieni diritti già all’atto del concepimento e non dopo la nascita, come succede ora.
Quindi, occhio.

Le donne che decidono di abortire, al contrario meritano di trovare nei nostri ospedali personale capace di assistenza vera, e non di subire sofferenze ulteriori. E quasi mai è così, visto l’abuso che viene fatto dell’obiezione di coscienza.

Eugenia Roccella

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