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La priorità del profitto mette d’accordo opinione pubblica ed esperti

Dal suo blog thewalkingdebt.org Maurizio Sgroi, autore di una “Storia della ricchezza”, uscita per Diarkos, che la redazione di Diogene vi consiglia caldamente, si occupa di spiegare in maniera multidisciplinare i misteri del “debito”, il motore dell’economia capitalista.

Su questo argomento ha pubblicato un articolo molto interessante, Profitto e denaro mettono d’accordo pubblico e critica, in cui analizza l’importanza della conoscenza come fonte di benessere e successo. Ci spiega come il divario tra le opinioni degli esperti e quelle del pubblico sia ampio su tutto meno che su un argomento: la priorità del profitto.

La preoccupazione per il destino del ceto medio, coloro che non sono né ricchi né poveri ma godono di un livello soddisfacente di benessere e si sforzano di migliorarlo, dovrebbe tener conto del fatto che l’uomo non vive solo di pane, anche se il pane è la nostra fonte di energia. Tuttavia, poiché ogni combustibile ha bisogno di un comburente, consideriamo la conoscenza come il nostro comburente, una derivata della nostra immaginazione e, allo stesso tempo, il suo nutrimento. Quando la conoscenza si mescola al combustibile, genera la fiamma che alimenta la nostra ricchezza.

Se siamo preoccupati per i redditi del ceto medio, dovremmo esserlo ancora di più per il suo livello di consapevolezza della realtà circostante, a cominciare dalle questioni economiche che potrebbero influire sul reddito stesso, se ci teniamo così tanto a quest’ultimo.

Ma non è solo questo. Una persona mediamente istruita e ben informata ha una maggiore consapevolezza e quindi fa scelte più oculate, risultando in generale più felice. Non sono solo gli scienziati a dirlo, ma il buon senso lo suggerisce. Chi coltiva la conoscenza per passione o professione sarà sicuramente d’accordo.

Il problema è che l’aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri, come rivelano i solerti e attenti osservatori delle statistiche economiche, sembra essersi esteso anche al livello di conoscenza della realtà. Questo emerge da uno studio molto interessante pubblicato di recente dal NBER (The People and the Expert), da cui è tratto il grafico che introduce questo articolo.

Come si può notare, esperti e persone comuni hanno opinioni diverse su molti temi, ad eccezione di un paio di argomenti, come la priorità del profitto, su cui c’è un accordo quasi totale tra pubblico e critica. Il pubblico è molto più sicuro degli esperti riguardo all’importanza del denaro. Anche questo è degno di nota.

Su tutto il resto, però, c’è disaccordo. Il pubblico si fa portatore di convinzioni che sono autentiche leggende metropolitane, che gli esperti non riescono a sfatare, un altro segno della mancanza di un ceto medio funzionante. Anche se la ricerca si concentra sugli Stati Uniti, non abbiamo molte ragioni per pensare che le opinioni pubbliche europee, compresa la nostra, siano molto diverse.

Negli Stati Uniti, infatti, “la popolazione è, nella migliore delle ipotesi, modestamente informata sulle principali questioni ed economie politiche. Il basso livello di conoscenza è generalmente associato all’emergere di opinioni ideologiche, politiche e religiose che sfidano o negano il consenso economico attuale”. Alcuni di voi potrebbero ricordare gli anni gloriosi della vulgata italiana “no euro”, con Twitter trasformato nell’Accademia dei Lincei.

Non abbiamo mai indagato abbastanza su questa difficoltà delle società avanzate di formare un’opinione pubblica istruita e ben informata, e nessuno sa spiegarla in modo convincente. Semplicemente accettiamo che il mondo sia così e ci accontentiamo di questa situazione.

Tuttavia, vale la pena riflettere brevemente su questo divario tra esperti e pubblico che si basa su un sistema di credenze, in questo caso quelle economiche. Esso rappresenta la sottile differenza tra il credito associato all’opinione degli esperti e la credulità attribuita al popolo. Ma questa discrepanza ha senso solo se assumiamo che il sistema di credenze degli esperti sia il “vero” sistema. In altre parole, le opinioni di natura “ideologica, politica o religiosa” sono considerate meno solide rispetto a quelle “scientifiche” che emergono dal consenso degli specialisti. E sarebbe strano il contrario.

Mentre ribadiamo l’importanza dell’approccio scientifico nell’analisi della realtà, dovremmo chiederci, di fronte al palese fallimento nell’influenzare l’opinione pubblica, se la credulità del popolo non sia indicativa di qualcosa di più profondo rispetto a una semplice inadeguatezza. Forse il popolo pensa in modo diverso dagli esperti perché in fondo non condivide più il loro sistema di credenze, anche se potrebbe non esserne consapevole. Questa è solo un’ipotesi, ovviamente, ma sarebbe opportuno tenerla in considerazione.

In conclusione, il divario tra esperti e pubblico non riguarda solo le questioni economiche, ma riflette un problema più ampio di mancanza di consapevolezza e disuguaglianza nella conoscenza della realtà. Dobbiamo cercare soluzioni per promuovere una società in cui l’opinione pubblica sia istruita e ben informata, in modo che possiamo affrontare le sfide future in modo consapevole e responsabile.

Foto di rupixen.com su Unsplash
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