martedì, Settembre 27, 2022
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La scomparsa dell’indignazione

di Alberto Benzoni

Anni fa, Norberto Bobbio dovette riflettere a lungo prima di stabilire quale fosse, a livello di cultura politica, il discrimine tra sinistra e destra. Segno che già allora il problema non era di facile soluzione.

Se, invece, avesse rivolto la sua attenzioni alle viscere (anch’esse ampiamente dotate di neuroni e, quindi, degne di rispetto) avrebbe subito trovato una risposta alla sua domanda. Constatando che la Grande Rivoluzione aveva lasciato in eredità alla destra la paura e alla sinistra l’indignazione.

Per la destra un vantaggio potenziale: perché la paura è un sentimento istintivo e diffuso, particolarmente in occidente; perché la sua rilevanza non ha bisogno, per contare, di verifiche pubbliche; e perché è un’arma a disposizione di qualsiasi politicante che voglia farne uso e con effetti devastanti. Mentre l’indignazione lasciata a sé stessa è quasi sempre sterile; mentre può diventare, all’occorrenza, incontrollata e devastante. Di qui la necessità di promuoverla e di renderla visibile, di fornirgli degli obbiettivi e, all’occorrenza, di controllarla.

Per i socialisti, un apprendistato difficile e non esente da errori; per i comunisti, professionisti riconosciuti in materia l’Abc, del mestiere.
A loro dunque, il compito di consolidare la loro egemonia verso il basso. Promuovendo e guidando, sul piano interno e internazionale, l”indignazione giusta e necessaria”; e, per altro verso, abbandonando a sé stessa sino a contrastarla, quella sbagliata.

In questo senso, la loro età dell’oro è il periodo che va dai primi anni sessanta (nascita dell’arco costituzionale) agli inizi del secondo decennio del nuovo secolo In un contesto in cui fioriscono le grandi manifestazioni d’ogni tipo e a difesa delle cause più diverse, regolarmente in grado di impattare in modo significativo e sul sistema mediatico che su quello politico. In un clima in cui la cultura della sinistra è assolutamente dominante. E a tutti i livelli (almeno sino all’inizio degli anni ottanta…).
Di qui a dire che l’indignazione sia un prodotto creato a tavolino a Botteghe Oscure ce ne corre. Perchè non è assolutamente così. Almeno in una prima fase. Quella della grande fiammata sessantottina. E degli anni che l’anticipano e la seguono.

Perché, allora, la protesta e l’indignazione contro lo stato di cose esistente – che si tratti del Cile o del Vietnam, del rapporto tra padroni e lavoratori all’interno della fabbrica, della lotta contro la speculazione edilizia e per il diritto alla casa, dell’abolizione dei manicomi o dell’introduzione del divorzio o dell’aborto – proviene da tutti i settori della società. Quello che si può dire è che il successo di queste lotte è dovuto in larga parte a un mutamento del clima, in cui il padronato è disposto a fare molte concessioni in nome della pace sociale, in cui l’indignazione prevale pressoché automaticamente sulla paura, e in cui il ruolo del Pci nel sistema politico appare assolutamente determinante.

Oggi viviamo una situazione formalmente analoga a quella degli anni sessanta e settanta. Ma, in realtà, completamente opposta. Analoga perché il fuoco dell’indignazione copre tutto l’orizzonte. Opposta, perché questa indignazione non si manifesta quasi mai. E, quando si manifesta, lo fa in un modo estremamente flebile. Mentre, per converso, la paura si è trasferita in pianta stabile dai possidenti verso le classi popolari; ed è gestita dalla destra.

E qui si aprono davanti orizzonti bui, con annesse conseguenze potenzialmente catastrofiche. Pericoli e conseguenze che un’infinità di persone avverte esistenzialmente sulla propria pelle; ma rispetto ai quali si sente assolutamente impotente.
Ma impotente perché? Individualismo, perdita del senso della solidarietà, di classe ma non solo? Certamente. Frutto di una cultura collettiva che viene inculcata dovunque e in qualsiasi circostanza; per la quale si può ottenere tutto individualmente ma nulla collettivamente (“rimanere giovane e bello/a sino a età inoltrata, questo sì; vedere riparata la buca davanti casa, meglio non contarci troppo”). Assolutamente sì. Ma c’è anche dell’altro.

In primo luogo la convinzione che manifestare non serve a niente. Basata, purtroppo, su dati reali. Di cui basti citare i più macroscopici: un milione di persone a manifestare, anni fa, a difesa dell’art.18, poi il Jobs act, con annessi peana generali alla flessibilità e al lavoro come dovere e non diritto. Poi il no massiccio alla riforma costituzionale di Renzi, cui ha fatto seguito l’ulteriore devastazione del nostro sistema istituzionale. E, infine, il successo del referendum sull’acqua pubblica, cui ha fatto seguito l’ondata di privatizzazioni fatte e previste per quanto riguarda gli enti pubblici locali. Non è disattenzione. E’ uno schiaffo in faccia. Quelllo riservato ai discoli perché imparino a comportarsi come si deve.

In secondo luogo c’è la paura. Sissignori, la paura. Quella alimentata ad arte da uno “stato di guerra” in qualsiasi dissenso viene etichettato come un attentato all’unità nazionale se non addirittura come un assist a Putin. E magari in un futuro non troppo lontano come intelligenza con il nemico. E giustificata dai comportamenti delle categorie più sensibili all’”aria che tira”, poliziotti e giudici: la Digos che indaga su quattro ragazzotti che hanno lanciato dei sassi contro una nave militare in partenza da Taranto; i magistrati che hanno aperto delle vertenze contro sindacalisti nel normale esercizio delle loro funzioni. Per tacere del “chi c’è dietro” che accompagna inevitabilmente qualsiasi rimessa in discussione di Draghi e della sua agenda.

Da ultimo, fenomeno ancora più rilevante, il senso di abbandono. E da parte di un partito che, fino a qualche tempo fa, continuava a garantire non dico il sostegno ma almeno un minimo di protezione a quelli che erano una volta suoi organismi collaterali, dai sindacati all’Anpi. Mentre ora non più. E questo in virtù di una scelta di campo compiuta trent’anni fa.

Una scelta, quella di diventare partito di e del sistema che lo ha portato prima a riservare la sua indignazione alle magagne personali di Berlusconi e poi a non indignarsi più per nessun motivo.
“Ci dispiace, ma abbiamo chiuso per esaurimento scorte”. Questa la risposta del centralinista del Nazareno.
E, almeno per ora, non c’è altro da aggiungere.

Alberto Benzoni

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