giovedì, Maggio 23, 2024
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Le difficoltà economiche post pandemia e la povertà minorile

Dall’inizio della pandemia, una delle prime questioni emerse nel dibattito pubblico è stata cosa avrebbe comportato per i minori questa fase tanto straordinaria, segnata dal distanziamento fisico (e spesso, purtroppo, sociale), dalla chiusura delle scuole, dalla maggiore difficoltà di vedere i propri coetanei nel tempo libero. Fattori in grado di aggravare la condizione di bambini e ragazzi, alimentando il disagio tra le generazioni più giovani.

Come spesso accade, il confronto su questi argomenti è diventato da subito materia di scontro tra opposte tifoserie: approcci catastrofisti si sono contrapposti a una diffusa sottovalutazione del fenomeno e del suo impatto sui minori.

In uscita dalla pandemia, alcuni dati possono aiutarci a capire cosa sia successo in quella fase storica e quali siano oggi le ripercussioni sulla vita dei più giovani. La didattica a distanza e le chiusure prolungate delle scuole hanno sicuramente avuto un impatto in termini di apprendimenti, pagato soprattutto dagli studenti svantaggiati.

Le difficoltà economiche di alcuni nuclei familiari hanno spinto all’aumento dell’incidenza della povertà minorile, ai suoi massimi nella serie storica recente. In parallelo con la rarefazione delle relazioni sociali, il benessere psicologico è diminuito, specialmente tra le ragazze, così come sono aumentati i casi di disturbi alimentari e altri comportamenti a rischio.

E tuttavia non tutti i segnali sono negativi, se si guarda alla capacità dei giovani di mobilitarsi su temi che hanno a cuore e di impegnarsi in modo organizzato per essere agenti di cambiamento nel mondo in cui vivono. Se c’è un problema nella condizione attuale di bambini e ragazzi, e sicuramente c’è, non sarà un approccio emergenziale, dettato da una logica catastrofista, a risolverlo. Solo interventi sociali e politiche pubbliche costruite con il coinvolgimento attivo dei più giovani, e indirizzate alle loro necessità ed esigenze, potranno farlo.

6,4% i giovani tra 14 e 17 anni che nel 2022 hanno prestato attività gratuite in associazioni di volontariato. In crescita rispetto all’anno precedente (3,9%).

I dati presentati di seguito intendono evidenziare alcuni dei fronti aperti. Senza pretese di esaustività: il disagio giovanile è infatti un fenomeno complesso, che non si può ridurre a pochi numeri in fila. A maggior ragione quando su temi così controversi spesso mancano dati strutturati, disaggregati territorialmente, capaci di ricostruire un disagio che non è solo economico, ma anche sociale, educativo, psicologico. E che varia molto tra età, contesti sociali e territori differenti.

E tuttavia, con tutti i limiti del caso, partire dai dati è l’unico modo per evitare una narrazione aneddotica, quando non mistificatoria sulla condizione giovanile. Una retorica tesa a descrivere i giovani come ripiegati su sé stessi oppure che tratta questi temi solo in modo emergenziale. Senza andare alle radici del problema, ma inseguendone, di volta in volta, i sintomi più appariscenti.

Nella campagna “Non sono emergenza” promossa da Con i Bambini, l’obiettivo dell’osservatorio povertà educativa è creare una sinergia con il racconto per immagini del fotografo Riccardo Venturi e la documentazione video di Arianna Massimi, che hanno attraversato l’Italia incontrando e ascoltando adolescenti e giovani coinvolti in esperienze e storie di disagio giovanile. Unendo queste storie con il lavoro dell’osservatorio sui dati, per avere una panoramica ampia di cosa significa il disagio minorile e giovanile nell’Italia del 2024.

54%
gli adolescenti che pensano che gli adulti non capiscano i ragazzi, in base all’indagine demoscopica “Con i Bambini – Demopolis” del giugno 2023. Quest’opinione è condivisa anche dal 45% dei genitori. Approfondisci.

14%
i minori in povertà assoluta nel 2023. Secondo le stime preliminari di Istat, si tratta dell’incidenza più elevata della serie storica dal 2014, a seguito della revisione metodologica avvenuta lo scorso anno. Dopo la pandemia, i minori che vivono in famiglie in povertà assoluta sono arrivati a 1,3 milioni nel 2023.

La dimensione del disagio dopo la pandemia però non è solo economica, ma anche educativa, sociale, psicologica. Spesso è l’origine familiare a incidere sulla condizione dei figli: il 33,9% dei minori è in deprivazione sociale e materiale se i genitori non sono diplomati. Significa 10 volte rispetto all’incidenza tra i figli di laureati (3%). Rispetto al pre-Covid, l’incidenza di bambini e ragazzi deprivati tra i figli di non diplomati è aumentata di quasi 5 punti percentuali.

Del resto, anche gli apprendimenti appaiono in calo rispetto al pre-pandemia. Nei test Ocse-Pisa il risultato in matematica degli studenti 15enni italiani è diminuito di oltre 15 punti tra 2018 e 2022.

Un indicatore in questo senso è dato anche dalla dispersione implicita, in crescita nel corso della pandemia. Parliamo della quota di studenti che, pur portando a termine il ciclo di studi, lo completano con competenze inadeguate.

9,7%
gli studenti in dispersione implicita (finiscono le scuole senza competenze adeguate) nel 2022. Erano il 7% nel 2019. Il fenomeno ha riguardato soprattutto gli studenti svantaggiati: 12% gli studenti di famiglia in condizione medio-bassa in dispersione implicita nel 2022. Erano l’8% nel 2019.

Nella pandemia si è assistito a una rarefazione nei rapporti sociali: 1 su 2 gli studenti delle secondarie che hanno visto diminuire la frequenza con la quale vedono amici/amiche. In diversi casi si è registrato un peggioramento nel benessere psicologico dei minori.

70,3
l’indice di salute mentale tra i 14-19enni nel 2021. In calo rispetto all’anno precedente, quando era 73,9. In uscita dalla pandemia, nel 2022, l’indice di salute mentale tra gli adolescenti è leggermente migliorato (72,6), per poi scendere nuovamente nell’anno successivo (71 nel 2023). Con ampi divari di genere però: tra le ragazze (67,4) l’indice di salute mentale è più basso rispetto ai ragazzi (74,3).

65.967
gli studenti tra 11 e 17 anni con tendenza all’isolamento sociale negli ultimi sei mesi precedenti la rilevazione promossa da Iss, l’istituto superiore di sanità. Si tratta dell’1,6% del totale, sulla base di un campione rappresentativo della popolazione studentesca. Mentre quasi 100mila (il 2,5% del campione) presentano caratteristiche compatibili con la presenza di una dipendenza da social media.

75,9%
degli studenti di 11-13 anni a rischio dipendenza da social dichiarano una difficoltà comunicativa con i genitori (l’incidenza scende al 40,5% tra chi non presenta il rischio).

2.778
gli accessi in pronto soccorso di minori per sindromi e disturbi da alterato comportamento alimentare nel 2021. Si tratta di un aumento del 10,5% rispetto al 2019. Aumenta l’incidenza delle ragazze tra gli under 25: dal 61,1% del 2019 al 72,7% del 2021.

Quasi il 10% dei minori 11-17 anni mostra i segnali di una grave dipendenza da cibo

La dipendenza da cibo (food addiction) si definisce come un comportamento alimentare che comporta il consumo eccessivo di alimenti specifici, altamente appetibili (cioè cibi ricchi di sale, grassi e zuccheri) in quantità superiori al fabbisogno energetico omeostatico, un comportamento sembrerebbe presentare caratteristiche simili ai comportamenti di dipendenza.

I dati sono stati ricavati dall’indagine di Iss sulle dipendenze comportamentali nella generazione Z, a partire da un campione rappresentativo degli alunni tra 11 e 17 anni.

Tra gli adolescenti maschi invece è più frequente l’abuso di alcol: il 29,3% dei giovani di 14-17 anni nel 2022 presenta almeno un comportamento a rischio in questo ambito (25% tra le coetanee).

1 su 10
gli studenti delle secondarie che durante la pandemia (marzo 2020-estate 2021) hanno dichiarato di aver subito episodi di bullismo o cyberbullismo. La quota sale al 18,2% tra bambini e ragazzi stranieri. Approfondisci.

1,3 milioni
i minori con background migratorio in Italia, stranieri o italiani per acquisizione. Oltre 3 su 4 di questi bambini e ragazzi sono nati in Italia.

3,9%
delle studentesse dichiara di essere stata presa di mira con racconti di storie diffamatorie sul suo conto. Molto più dei maschi (2,3%).

L’impegno dei giovani per il futuro
Quasi 2 su 3 i giovani italiani tra 15 e 24 anni che si dichiarano molto preoccupati per il cambiamento climatico. Molto più della media della popolazione (53%).

Il 51% dei giovani europei tra 15 e 24 anni si dichiara molto preoccupato per il cambiamento climatico, contro il 45% nelle altre fasce d’età. Per l’Italia il divario generazionale è ancora più ampio: quasi 2 ragazzi su 3 sono molto preoccupati per il clima, a fronte di una media del 53% nella popolazione complessiva.

In uscita dalla pandemia, nel 2022, il 6,4% dei giovani tra 14 e 17 anni ha prestato attività gratuite in associazioni di volontariato. In crescita rispetto all’anno precedente (3,9%). Il 2,9% dei giovani 18-19enni ha preso parte ad associazioni ecologiche, per i diritti civili, per la pace, più della media della popolazione pari all’1,6%.

6 su 10
i 14-19enni che esprimono un giudizio positivo sulle proprie prospettive future, nei prossimi 5 anni.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Eurobarometro

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