lunedì, Settembre 26, 2022
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L’eccesso di profitti determina l’inflazione

Il Roosevelt Institute di New York viene definito un “think thank” liberal, un’organizzazione che riunisce le migliori intelligenze per studiare l’economia dal punto di vista del capitalismo “buono”, quello che dà, più esattamente dava o dovrebbe dare, un’opportunità a tutti, ispirandosi al new deal del presidente Usa da cui prende il nome. Nell’ultima analisi prodotta da questo istituto qualche giorno fa, https://rooseveltinstitute.org/wp-content/uploads/2022/06/RI_PricesProfitsPower_202206.pdf, in cui s’interroga sui motivi dell’inflazione in corso a livello globale, pone un problema molto critico nei confronti dell’attuale modello di produzione. Attribuisce infatti all’esponenziale aumento dei margini di profitto delle grandi società un ruolo determinante nell’aumento generale dei prezzi, in sostanza dell’inflazione.

Può sembrare una bestemmia nella patria del neoliberismo, eppure è una questione molto pratica, non un punto di vista etico: se l’economia rallenta troppo rapidamente, potrebbe iniziare a contrarsi ed entrare in recessione. Se in un primo momento la risposta dei consumatori è di continuare a spendere nonostante gli aumenti generalizzati, per tenere il passo con l’inflazione, questa modalità porta nel medio periodo individui e famiglie a mettere da parte meno soldi. La diminuzione del risparmio ha come conseguenza la progressiva diminuzione della spesa, bloccando così di nuovo l’economia. Dopo la fine, presunta, della pandemia da covid, si è registrato, negli Usa come in Europa, un boom degli acquisti, concentrati principalmente sulla spesa per il turismo (trasporto aereo e marittimo e alberghi), per i ristoranti, su eventi di spettacolo e sportivi, su tutte le attività sociali a cui i consumatori hanno dovuto rinunciare all’inizio della pandemia. In aumento, almeno negli Usa, anche le vendite di auto dopo mesi di stop.

I redditi però non hanno tenuto il passo con la spesa e con l’aumento dei prezzi e quindi, per far fronte ai costi della ritrovata libertà di movimento, le famiglie hanno iniziato a erodere i propri risparmi, già esauriti per le famiglie a basso reddito. Gli economisti del Roosevelt Institute hanno quindi cercato di capire cosa abbia determinato l’inflazione, scoprendo che le aziende hanno colto l’opportunità di una forte domanda e di un’offerta debole per aumentare ulteriormente i propri profitti aumentando i prezzi grazie a una posizione nel mercato che gli ha consentito di imporre questa politica aggressiva basata sulla domanda dei consumatori. Gli studiosi hanno comparato, a supporto della loro teoria, gli aumenti dei prezzi tra il 1980 e il 2015 con quelli registrati subito dopo il 2021, scoprendo che mai si era registrato in precedenza un così brusco balzo verso l’alto dei prezzi.

Le aziende, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente crisi internazionale dell’approvvigionamento energetico, hanno esagerato in avidità, ma i pasdaran del capitalismo sfrenato ritengono naturale questo processo. Secondo lo studio non hanno nemmeno tenuto in conto le conseguenze sociali della loro corsa sfrenata al guadagno, a cominciare dagli scioperi che stanno caratterizzando i lavoratori della filiera alimentare, gli insegnanti e i lavoratori della sanità e persino i venditori di servizi telefonici e digitali. Le aziende attribuiscono invece l’inflazione all’aumento del costo del lavoro, ma il dato, spiega la ricerca, è contraddetto dalla differenza tra percentuale degli aumenti di beni e servizi e adeguamento dei salari, inferiore dell’1,3% all’inflazione. Le aziende nascondono quindi gli aumenti dei prezzi in mezzo ad aumenti più ampi dei costi in realtà di molto inferiori a quelli che giustificherebbero gli aumenti dei beni.

E’ la prima volta che un istituto di ricerca Usa legato al modello produttivo basato sul mercato punta l’indice in maniera così decisa verso l’arroganza delle grandi aziende fulcro del capitalismo Usa e presenti in tutto il mondo. In altri documenti del Roosvelt Institute si parla esplicitamente della possibilità dopo molto tempo di smantellare finalmente l’assunto del guadagno infinito e del razzismo strutturale su cui è basata l’economia Usa. Secondo l’economista Joseph Stiglitz, che collabora con l’ente, la lotta all’inflazione “Potrebbe essere finanziata tassando le rendite di monopolio dei giganti petroliferi, tecnologici, farmaceutici e di altre società che hanno fatto una strage con la crisi”. E detto dalla patria del neoliberismo senza freni sembra una presa di coscienza che dovrebbe estendersi anche alle nostre latitudini.

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