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L’esternalizzazione dei servizi pubblici: l’inclusione scolastica disabili nel Comune di Roma (1)

di Germano Monti

Questa è la prima di 5 puntate dell’inchiesta di Germano Monti sull’esternalizzazione dei servizi pubblici, in particolare quello relativo all’inclusione scolastica degli alunni disabili nel Comune di Roma. Ci accompagnerà per tutta la settimana e al termine verrà radunato in unico testo consultabile online. Buona lettura.

L’esternalizzazione di servizi pubblici è un fenomeno che in Italia ha preso piede sin dagli anni 80 ed ha progressivamente investito un ampio spettro di attività un tempo di esclusiva pertinenza pubblica. Sanità, trasporti, energia, telecomunicazioni sono fra i campi dove la gestione è passata dallo Stato ad aziende private ma i cui costi sono sempre a carico della fiscalità generale. Le conseguenze nefaste di questa politica – portata avanti indifferentemente da governi e amministrazioni di ogni orientamento politico – sono state avvertite con particolare evidenza a seguito dell’esplosione della pandemia Covid-19, quando è emerso drammaticamente come il sempre maggiore conferimento di fondi pubblici ad aziende private avesse portato al depauperamento dei servizi sanitari rimasti in capo al pubblico, a fronte di un arricchimento dei privati al quale, però, non corrispondeva alcun miglioramento dei servizi resi ai cittadini. L’esempio illuminante è stato quello dei reparti di terapia intensiva, pressoché inesistenti nelle strutture private convenzionate perché ritenuti poco redditizi, con il risultato che quelli presenti negli ospedali pubblici si sono rivelati troppo pochi per fronteggiare l’emergenza, con i risultati che, purtroppo, tutti conosciamo. Una dinamica abbastanza simile a quella avvenuta nel trasporto pubblico, dove la privatizzazione ha condotto all’abbandono delle linee ferroviarie a carattere regionale (quelle indispensabili per i movimenti dei lavoratori pendolari) a tutto vantaggio delle molto più remunerative tratte ad alta velocità.
I servizi sociali e socioassistenziali non sono sfuggiti a questo processo, anzi, vi sono stati totalmente coinvolti e a fare la parte del leone in quest’area è stato il cosiddetto “privato sociale” o Terzo Settore che dir si voglia. Per una maggiore comprensione di quanto avvenuto, limitiamo l’oggetto di questo articolo ad un segmento ed un territorio precisi: il servizio per l’inclusione scolastica degli alunni disabili nel Comune di Roma.


La Legge 104 del 1992 assegna la competenza per l’erogazione di servizi sociali e sociosanitari agli Enti Locali, che sono responsabili per la loro erogazione all’utenza. In quell’anno, il Comune di Roma attiva il servizio per l’assistenza educativa finalizzata all’inclusione scolastica degli alunni disabili e mette in campo il proprio personale. Fino al 1999, dunque, ad assistere gli alunni disabili delle scuole materne, elementari e medie sono dipendenti del Comune di Roma, i quali, nei periodi di chiusura delle scuole, vengono adibiti ad altre mansioni. A fronte della crescita di richiesta del servizio da parte delle famiglie di bambini con disabilità, nel 1999 la Giunta comunale – partiti di centrosinistra più Rifondazione Comunista – anziché procedere all’assunzione di nuovi dipendenti comunali, decide di esternalizzare il servizio e affidarlo ad associazioni e cooperative sociali, dando così luogo alla situazione che vedeva all’interno delle scuole lavoratori adibiti alle stesse mansioni ma con trattamenti economici e normativi che più diversi non potevano essere. Non solo le retribuzioni degli operatori delle cooperative (spesso inquadrati con contratti “atipici”) erano di gran lunga inferiori a quelle dei loro colleghi dipendenti comunali, ma nei periodi di chiusura delle scuole la loro retribuzione cessava del tutto, in quanto il Comune pagava il loro lavoro in base alle ore effettivamente svolte, cioè a cottimo.
Questa situazione anomala si è protratta per alcuni anni, tanto che, ancora nella prima metà degli anni 2000, nelle scuole romane erano in servizio 350 dipendenti comunali ed altrettanti dipendenti delle cooperative convenzionate. Il continuo aumento degli alunni richiedenti il servizio, parallelamente al blocco delle assunzioni da parte del Comune, ha portato negli anni successivi alla progressiva sparizione degli operatori comunali e alla totale appropriazione del servizio da parte delle cooperative sociali. Attualmente, a Roma nelle scuole operano circa 4.000 dipendenti delle cooperative sociali, mentre i dipendenti comunali residui si contano sulle dita delle mani.


A differenza di quanto propone la narrazione ufficiale, la realtà dimostra che la cooperazione sociale non è un valore aggiunto del welfare pubblico ma, al contrario, il piede di porco con cui il servizio pubblico è stato scardinato. Non solo: la cooperazione sociale si è rivelata un ottimo strumento per comprimere i diritti di lavoratrici e lavoratori, grazie alla complicità di CGIL-CISL-UIL, che sottoscrivono con le Centrali cooperative (Legacoop, Confcooperative e AGCI) contratti per loro assai favorevoli, sia dal punto di vista economico che da quello normativo. Non va dimenticato, inoltre, che il conferimento di lavori in appalto deresponsabilizza il committente nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici che nella pratica lavorano per lui ma, formalmente, non sono suoi dipendenti. Questa modalità di gestione è andata affermandosi nel privato, con aziende anche di enormi dimensioni (Amazon, tanto per fare un esempio) che appaltano a cooperative lavori di varia natura, come le pulizie o, sempre nel settore – in grande espansione – della logistica lavori di facchinaggio o di trasporto merci. Il libro di Valentina Furlanetto “Noi schiavisti” costituisce un ottimo strumento per la conoscenza e la comprensione di questa realtà, quando spiega come sia possibile acquistare carne di tacchino a due euro al chilo grazie ai bassi salari, la flessibilità oraria e l’assenza di misure di sicurezza che caratterizzano la vita lavorativa dei dipendenti delle cooperative cui le grandi aziende alimentari appaltano le mansioni che dovrebbero essere svolte con personale proprio.
Quando questo dumping salariale e normativo vede protagoniste le pubbliche amministrazioni e i servizi che sono tenute ad erogare, la situazione diventa ancora più grave, perché è lo Stato a deresponsabilizzarsi ed a lavarsi le mani di quello che accade a chi lavora per lui ed anche a chi avrebbe il diritto di usufruire di servizi efficaci ed efficienti. (1 – continua su Diogene di domani)

Germano Monti

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