venerdì, Giugno 14, 2024
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L’esternalizzazione dei servizi pubblici: l’inclusione scolastica disabili nel Comune di Roma (3)

di Gemano Monti

Questa è la terza di 5 puntate dell’inchiesta di Germano Monti sull’esternalizzazione dei servizi pubblici, in particolare quello relativo all’inclusione scolastica degli alunni disabili nel Comune di Roma. Ci accompagnerà per tutta la settimana e al termine verrà radunato in unico testo consultabile online. Buona lettura.

La vicenda descritta riveste un doppio significato. Da un lato, dimostra come la mobilitazione dei lavoratori e delle loro organizzazioni sia in grado di rappresentare un robusto argine allo strapotere delle cooperative, ma, d’altro canto, evidenzia come il sistema delle esternalizzazioni dei servizi pubblici produca distorsioni tanto gravi quanto difficilmente sanabili, perché non tutti i lavoratori hanno la determinazione di A. e sono disposti a lottare per i propri diritti e le stesse istituzioni che dovrebbero vigilare sull’andamento del servizio pubblico si muovono solo se costrette a farlo. Un esame della situazione patrimoniale delle cosiddette cooperative sociali può aiutare a comprendere sia le dimensioni della questione, sia i motivi delle resistenze politiche – e non solo – che incontra chi vorrebbe cambiare lo stato di cose esistenti e restituire dignità ai lavoratori ed efficienza al servizio pubblico.


La narrazione dominante rappresenta le cooperative sociali come un valido strumento per la gestione dei servizi sociali, basandosi sulla loro natura intrinsecamente mutualistica e solidale. La realtà è completamente diversa.
Le cooperative sociali nascono con la legge n. 381 del 1991, che aggiunge questa nuova tipologia di cooperativa a quelle già esistenti (le cooperative di produzione e lavoro, quelle dei consumatori, quelle agricole, dei pescatori, ecc.). La loro natura appare chiara sin dal primo articolo: “Art. 1. Definizione

  1. Le cooperative sociali hanno lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunita’ alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini attraverso:
    a) la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi;
    b) lo svolgimento di attivita’ diverse – agricole, industriali, commerciali o di servizi finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate”.
    E’ chiaro che le cooperative sociali di tipo b) siano uno strumento positivo per facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro di soggetti che, per vari motivi, possono esserne messi ai margini o del tutto esclusi, come gli ex detenuti o gli ex tossicodipendenti, oltre ai disabili. E’ altrettanto chiara, però, l’indole parassitaria delle cooperative sociali di tipo a), perché la gestione dei servizi socio-sanitari ed educativi non può che realizzarsi sottraendo questi servizi alla gestione diretta del pubblico, che ne è il titolare esclusivo. In altre parole, lo cooperative sociali di tipo a) non rivestono alcuna funzione produttiva, ma vivono esclusivamente accaparrandosi la gestione di servizi pubblici, ovviamente retribuita con denaro pubblico, che viene così dirottato verso aziende private, sia pure formalmente “senza scopo di lucro”. Aziende parassitarie, che non investono e, quindi, non rischiano un centesimo di tasca propria, limitandosi ad incamerare e gestire, più o meno onestamente, denaro pubblico.
    Su quanto questa gestione sia “onesta”, non intervengo, preferisco lasciar parlare gli atti delle inchieste sulle cooperative di Buzzi e Carminati e quelli, più recenti, sulle cooperative della famiglia Soumahoro. Trovo interessante, invece, far notare le dimensioni raggiunte da queste aziende che, in gran parte dell’immaginario collettivo, vengono viste come organismi di piccole dimensioni, formati da persone, perlopiù giovani animati da lodevoli intenzioni, che liberamente si associano per scopi sociali e mutualistici.
    Nel Comune di Roma risultano in attività circa 500 cooperative sociali, ma quelle che si spartiscono il grosso della gestione dei servizi sociali sono meno di una cinquantina. Le visure camerali disponibili al pubblico mostrano una realtà fatta di quelle che, secondo la normativa europea, devono essere considerate imprese né piccole, né medie, bensì grandi. Di seguito, qualche esempio.
    La cooperativa dal suggestivo nome “Le Mille e una Notte” dichiarava nel 2019 un fatturato di 11.360.451 euro e 607 dipendenti. La cooperativa “Obiettivo Uomo” nel 2021 ha fatturato 10.160.823 euro e nel 2023 ha alle sue dipendenze 498 persone. La cooperativa “Servizio Psico Socio Sanitario” segue con 7.701.544 euro fatturati nel 2022 e 544 dipendenti dichiarati nel 2021. Dietro abbiamo la cooperativa “SS. Pietro e Paolo” (6.465.900 euro fatturati nel 2021 e 325 dipendenti nel 2023), la cooperativa “AISS” (6.367.774 euro fatturati nel 2020 e 500 dipendenti nel 2021), la cooperativa “COTRAD” (5.733.801 euro fatturati nel 2020 e 226 dipendenti nel 2022), la cooperativa “Cecilia” (5.585.395 euro fatturati nel 2020 e 286 dipendenti nel 2022), la cooperativa “Eureka I” (5.420.496 euro fatturati nel 2021 e 289 dipendenti nel 2023), la cooperativa “Arca di Noè” (5.274.956 euro fatturati nel 2021 e 285 dipendenti nel 2022), la cooperativa “Meta” (4.638.005 euro fatturati nel 2020, 220 dipendenti nel 2022) e, infine, la cooperativa “Prevenzione e Intervento Roma 81” (4.613.908 euro fatturati nel 2019 e 294 dipendenti nel 2021). Per ultime, ma non certo per importanza, abbiamo lasciato due veri e propri giganti della cooperazione sociale. La cooperativa “ALDIA”, che nel 2021 ha fatturato 31.002.568 euro, con 2.081 dipendenti nel 2023 e la cooperativa “Medihospes”, che nel 2021 ha fatturato 89.798.264 euro ed attualmente ha alle sue dipendenze 3.311 persone. (3 – continua su Diogene di domani)

Qui il link alla puntata 1 https://diogeneonline.info/lesternalizzazione-dei-servizi-pubblici-linclusione-scolastica-disabili-nel-comune-di-roma-1/

Qui il link alla puntata 2 https://diogeneonline.info/lesternalizzazione-dei-servizi-pubblici-linclusione-scolastica-disabili-nel-comune-di-roma-2/

Germano Monti

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