giovedì, Ottobre 6, 2022
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L’Europa in trappola

di Alfredo Facchini

Una stretta di mano: solo quella e l’assicurazione di George H.W. Bush a Mikhail Gorbaciov che la Nato non si sarebbe spostata «di un centrimetro a est».

Un patto non scritto fra due presidenti che avrebbe dovuto portare il Mondo in una confort zone geopolitica.

Per un po’ quell’accordo fra “gentiluomini” ha retto, poi il richiamo della foresta ha preso il sopravvento sulla ragionevolezza.

Nel 1994, Bill Clinton inizia a parlare da «entrambi i lati della bocca». Ai russi assicura: sì, ci atteniamo all’accordo. Alla comunità polacca negli Stati uniti, la più anti-russa rivela: non preoccupatevi, vi faremo entrare presto nella Nato.

Tant’è che tra il 1996 e il ‘97, Clinton invita i cosiddetti paesi di “Visegrad” – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – ad aderire alla Nato. Poi è la la volta delle repubbliche baltiche.

Fino alla mossa scellerata di Bush figlio che nel 2008 invita nell’Alleanza Atlantica, nientemeno, che Georgia e Ucraina. Ma il cuore delle ex repubbliche sovietiche batte da un’altra parte e l’invito cade nel vuoto.

Nel 2014 la svolta con la “rivolta” di Maidan. Cambio di casacca. Via il presidente filo-russo, dentro i filo-occidentali. E giu’ armi a volontà, addestramento, esercitazioni congiunte. L’Ucraina diventa de facto un paese sotto tutela della Nato.

Nel 2019, Volodymyr Zelensky, viene eletto presidente. Promette un piano di pace per risolvere la crisi in corso con l’Ucraina orientale e la Russia, per attuare quelli che vengono definiti gli accordi di Minsk II.

Accordi che avrebbero significato una sorta di federalizzazione dell’Ucraina, assicurando così un rilevante grado di autonomia per il Donbas.

Ma a quel che si dice, quel piano sarebbe stato stracciato dai famigerati battaglioni neonazisti che hanno spadroneggiato fino a ieri nell’esercito di Kiev.

L’ex comico sarebbe potuto andare avanti se avesse avuto il sostegno degli Stati Uniti, ma che, guarda caso, non è mai arrivato.

Con l’elezione di Biden lo scenario peggiora. La Casa Bianca annuncia un «programma avanzato» di preparazione per l’adesione dell’Ucraina alla Nato, caratterizzato da esercitazioni militari su larga scala.

Una provocazione. Una trappola per Putin che ragiona da soldato e non da statista. Scatta l’invasione. Il resto è storia di questi giorni.

Con una guerra di logoramento che Kiev sta perdendo, per stessa ammissione del ministro delle Finanze, Marchenko:«Dal 24 febbraio abbiamo perso più del 10% del territorio, oltre a quello che avevamo già perso. Ora abbiamo perso temporaneamente il 20%».

C’è poi il nodo dei soldi:«Abbiamo bisogno di 5 miliardi al mese, ma ad aprile ne abbiamo ricevuti 1,6. A maggio 1,5. A giugno 4,4. A luglio ne aspettiamo più di quattro, ma dipendiamo dalla burocrazia europea».

Infine, Marchenko, aggiunge sconsolato:«Certo riceviamo armi e aiuti militari, ma non bastano a vincere e nemmeno a conquistare una posizione di forza sulla Russia in alcune aree. È un chiaro segno che l’Unione europea e il mondo intorno all’Ucraina sono un po’ stanchi di questa guerra. Posso capire che soffrano per i prezzi del petrolio e del gas».

Ed è proprio così. Aumentano
le preoccupazioni sul gas: il ministro delle Finanze francese, Le Maire, invita l’Europa a prepararsi al peggio: «Il taglio totale delle forniture di gas è lo scenario più probabile».

Intanto la Russia annuncia la riduzione di un terzo delle forniture al nostro Paese. Da 32 milioni a circa 21 milioni di metri cubi al giorno.

Ecco che cosa accadrebbe se Mosca chiudesse del tutto i rubinetti dei gasdotti: lampioni spenti e meno riscaldamento, nelle abitazioni anche due gradi in meno. Maggior utilizzo delle centrali a carbone per la produzione di elettricità. Viva l’Ambiente.

L’Europa, possiamo dirlo, si sta facendo del male da sola, molto male. Non sta curando gli interessi nazionali dei singoli paesi. La recessione è alle porte. L’inflazione galoppa. L’energia scarseggia.

Nel Vecchio Continente scarseggiano, anche e soprattutto, donne e uomini che abbiano come priorità la vita dei popoli che governano.

Ecco perché di quella stretta di mano è rimasto solo un pallido ricordo.

Alfredo Facchini

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