giovedì, Ottobre 6, 2022
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L’omicidio della felicità

Tra i delitti che passano inosservati, perchè non legati alla politica, a grosse somme di denaro, a scandali sessuali o a questioni di droga e criminalità, merita un posto di rilievo l’omicidio a Lecce di Eleonora Mata e Daniele De Santis, arrivato a sentenza nei giorni scorsi. Eppure tra tutti è forse delitto che più di ogni altro merita di essere elevato a simbolo sociale per le motivazioni addotte dall’assassino, Antonio De Marco, reo confesso e condannato all’ergastolo. “Erano felici”, insopportabilmente felici ha ripetuto più volte, per questo li ha uccisi. Come sempre dobbiamo fare una distinzione tra l’aspetto giuridico della vicenda e quello sociale, in quanto il primo non ci riguarda, ma dalla sentenza è interessante trarre un dato utile al ragionamento da sviluppare, cioè la capacità d’intendere e di volere del killer, secondo la corte.

Negli anni, accanto alla tipologia classica di omicidi elencati sopra, per sesso, denaro, vendetta o potere, abbiamo imparato a convivere con gli omicidi gratuiti, quelli in cui la personalità del killer prevale su quella delle vittime, dove il piacere di uccidere dell’assassino, una persona che vive accanto a noi, quello descritto dalle cronache dei giornali come uno che “salutava sempre”, e magari accudiva un animale domestico con amore, è indipendente dalle caratteristiche delle vittime, se non per la maggiore facilità a essere colpite e fatte sparire. L’omicidio di Eleonora e Daniele è invece del tutto diverso, un simbolo esemplare dei tempi. L’omicida in questo caso non sopportava che fossero felici. Il che non significa che lo fossero davvero, sembrerebbe di sì dalle testimonianze degli amici al processo, ciò che avviene davvero dentro di noi è un mistero che nessuna testimonianza rende attendibile, ma quello che qui importa è che in ogni caso agli occhi del killer apparivano felici. Per questo li ha puniti ed eliminati con 78 coltellate.

De Marco teneva un diario. Uno dei passi più interessanti è il seguente: “Io non ho fatto nulla di male per meritarmi questa sofferenza ed è per questa ragione che non l’accetto. Così come questa sofferenza non è accettata da me non sarà accettata neanche dagli altri perché ho intenzione di farli soffrire come sto soffrendo io. Qualcuno deve pagare per ciò che mi succede, non importa chi … Ora ho una rabbia spaventosa. Ho deciso che se entro la fine di quest’anno non avrò una ragazza ucciderò una persona … non è colpa mia se nessuno mi ama”. La sua sofferenza era l’infelicità, ma la colpa della sua infelicità l’addebitava a chi era felice. Materia per strizzacervelli, di sicuro, il punto che interessava il tribunale era soltanto la capacità d’intendere e di volere al momento dell’omicidio, ma le sue parole, la denuncia dell’infelicità estremizzata fino a colpire chi almeno in apparenza ne fosse immune, suona come un manifesto sociale e politico messo in pratica da una buona parte delle persone con cui conviviamo tutti i giorni anche se non uccidono fisicamente.

Un’altra distinzione va fatta. Intanto non si tratta di depressione. E non è nemmeno la cosiddetta cherofobia, cioè l’atteggiamento per cui gli individui evitano deliberatamente le esperienze che evocano emozioni positive o di gioia, per paura che queste possano destabilizzare il proprio equilibrio emotivo. E’ molto diverso da quanto accaduto a Lecce. Qui parliamo del fastidio e dell’intolleranza per la felicità degli altri. E’ un sentimento che si fa strada con sempre maggiore prepotenza nella società, un sentimento con cui ognuno di noi entra in rapporto nella sua esperienza sociale di tutti i giorni sia nell’ambito lavorativo che in quello ricreativo e virtuale. Lo scopo di queste righe è proprio quello di mettere all’indice questo sentimento come patologia sociale emergente, anzi, ormai addirittura affermata più che emergente, una malattia che ci espone tutti all’odio di una parte sempre più consistente di società.

Intanto quella che viene invidiata non è una felicità reale ma presunta, cioè l’idea che gli altri, gli odiatori, hanno di noi e il loro desiderio di porre fine a quell’esperienza presumibilmente positiva perchè mette in crisi la loro posizione nella società. Questo martellamento, alimentato comunque dall’ansia di prevalere, di prevaricare l’altro, è in piena evidenza sui social come nella vita reale di tutti i giorni: questi individui non solo sono accettati ma costituiscono basi elettorali manipolabili di volta in volta da vari soggetti politici. Il paradosso è che potremmo difenderci soltanto se fossimo davvero felici, formare una sorta di “mafia dei felici” per sconfiggere il male, ma il problema è molto più complesso. La vera differenza tra “noi” e “loro” non è tra felici e infelici, è tra chi accetta nell’orizzonte della vita l’esistenza della felicità anche soltanto come obiettivo e chi soffre in generale dell’esistenza del fattore felicità come progetto od obiettivo. E non è certo un fenomeno che si può arginare con gli strumenti della legge, almeno finchè non avviene un delitto come quello di Lecce.

L’omicidio della felicità è un reato sociale perpetrato in continuazione, forse ne siamo addirittura tutti complici in associazione. Molti genitori danno indicazioni ai figli di non farsi notare, di mantenere un atteggiamento invisibile, di non attirare le attenzioni altrui. Un po’ come in quei quartieri, usiamo il classico Bronx per non far arrabbiare nessuno, dove per evitare di essere preso di mira non devi incrociare lo sguardo con i bulli che spacciano sotto casa per non dargli modo di chiederti qualcosa da cui non potrai più districarti. Ma non accade nel Bronx e non accade solo a scuola. Un esercito di odiatori dell’altrui felicità si aggira nel mondo e non abbiamo strumenti per contrastarli, perchè la nostra società si sposta sempre di più verso di loro nella speranza di evitare guai peggiori. Ma il guaio vero è invece accettare che la felicità non sia possibile, nè auspicabile nè da inseguire. Sarebbe bello poter chiudere queste righe con una qualche esortazione a non arrendersi. La realtà ci dice invece che stanno vincendo loro, gli assassini della felicità e della qualità della vita.

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