domenica, Aprile 14, 2024
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L’omicidio di Ilaria Alpi e i depistaggi sul Centro Scorpione di Gladio

Le ultime novità sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio ci ricordano che si tratta di uno dei casi più inquinati dagli apparati di Stato italiani. Se esistesse una tragica classifica di questo sport nazionale dei depistaggi del Deep State verso le indagini per accertare la verità su un delitto così profondamente politico, l’omicidio della giornalista e dell’operatore con cui lavorava meriterebbe uno dei primi posti, aggravato com’è dalla condanna, scontata, a sedici anni di carcere per Hashi Omar Hassan, un colpevole che colpevole non era, poi ucciso a sua volta, ma guarda il caso, e sempre in Somalia. Perchè nel caso di Ilaria Alpi contiamo almeno sei omicidi eccellenti tra l’Italia e il paese più povero del Corno d’Africa.

Il professore Yahya Amir, presidente della Somali Intellectual Society, l’organizzazione che raccolse le testimonianze dei somali vittime di violenze del contingente italiano, tra cui figurava anche Hashi Omar Hassan, documentando un centinaio di violenze commesse da soldati italiani nei confronti di civili nel 1993, ai tempi della missione di pace Ibis, ha dichiarato che un diplomatico, di cui ha fatto nome e cognome, all’epoca rappresentante in Somalia del governo italiano, gli avrebbe offerto 60 mila dollari per accusare dell’omicidio Omar Hassan e chiudere la faccenda, un’offerta rifiutata. Il diplomatico ha smentito seccamente e adesso toccherà ad altri organi, supponiamo che la magistratura dovrebbe interessarsene, fare luce sulla veridicità o meno delle dichiarazioni di Amir.

Ma tra tanti dubbi, depistaggi e insinuazioni, una certezza leggendo tutte le carte l’abbiamo acquisita: i mandanti del duplice omicidio del 20 marzo 1994 sono nascosti in Italia, mascherati da difensori delle istituzioni, complici dei trafficanti d’armi internazionali e attori attivi dell’esportazione illegale di armi nazionale, coperti dall’omertà che ha sempre caratterizzato le operazioni della rete militare che negli anni ha costituito l’organizzazione che volgarmente conosciamo come Gladio. Ogni volta che si arriva a questo snodo centrale qualcuno afferma che l’inchiesta deve ripartire da zero, per occultare una verità che è davanti agli occhi di tutti con documenti e testimoni oculari dei traffici.

Se avrete la pazienza di leggere queste righe, capirete perchè dobbiamo fare molti passi indietro per ricostruire l’omicidio di Alpi e Hrovatin, scomodando le carte di altri processi e inchieste illustri, a partire dall’omicidio di Mauro Rostagno, avvenuto il 26 settembre 1988. La Cassazione nel novembre 2020, 32 anni dopo il delitto, ha confermato la condanna all’ergastolo per Vincenzo Virga, il boss di Trapani ritenuto il mandante, assolvendo invece il presunto killer Vito Mazzara. La verità giudiziaria definitiva afferma che Mauro Rostagno venne eliminato perché dagli schermi di un’emittente locale aveva alzato il velo sugli interessi di Cosa Nostra a Trapani, intrecciati con la politica, gli affari e i poteri occulti.

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I poteri occulti per l’appunto, ma è un’espressione generica che non è comprensibile se non si torna indietro nel tempo. La chiave per capire l’intreccio tra servizi segreti, traffico d’armi, viaggi fantasma con aerei militari, venne fornita da un teste scomodo, denigrato e volutamente dimenticato, nonostante le sue rivelazioni abbiano poi trovato riscontri concreti, dati di fatto oggettivi. Sergio Di Cori Modigliani è un giornalista che si presenta spontaneamente alla famiglia di Mauro Rostagno. Quello che dice però non piacerà nè ai familiari di Rostagno nè ai magistrati, che però, grazie a successive indagini, non riusciranno a smentirlo. Dalle sue parole parte un filone d’inchiesta completamente diverso. Quando ho avuto modo di parlare direttamente con lui ho dubitato anche io della sua versione, ma le carte che accompagnano la sentenza finale del processo Rostagno sono inequivocabili. C’è anche un libro, oggi introvabile o di difficile reperibilità, stampato per le edizioni di Re Nudo, “Delitto Rostagno, un teste accusa”, in cui Di Cori ha spiegato in cosa si era ritrovato senza volerlo Rostagno, per un caso fortuito.

Intanto cercano di farlo passare per mitomane, di millantare un’amicizia con Rostagno fin dai tempi del movimento studentesco, perchè la famiglia insiste con enfasi di non esserne a conoscenza: quel teste proprio non lo accettano. Di Cori però dimostra l’intreccio tra il delitto Rostagno, quello della giornalista Ilaria Alpi, i potenti massoni della loggia Iside 2 di Trapani, oggetto delle inchieste giornalistiche d Rostagno, e i loro legami con la magistratura, la base della Gladio Scorpione e i servizi segreti. Per questo la testimonianza di Di Cori non piace a nessuno. Apre uno scenario difficile da navigare e soprattutto molto pericoloso per le sue implicazioni, intorno a cui ruotano ben sei morti. Secondo Di Cori esiste un video realizzato da Rostagno che documenta il traffico, nell’aeroporto della Gladio a Chinisia, sempre a Trapani, di aerei militari che scaricano riso e farmaci e caricano kalashnikov e mine. Armi destinate all’Africa, un segreto inconfessabile di cui sarebbero venuti a conoscenza in Somalia Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, pagando anche loro con la morte questa scoperta.

Rostagno ne è testimone diretto e comprendendo la pericolosità della rete in cui si è imbattuto confessa la sua paura a Di Cori pochi mesi prima di essere ucciso. Mentre era con un’altra persona in una macchina posteggiata dietro un canneto prospiciente l’aeroporto di Chinisia, siamo nel 1988, vede atterrare un aereo da trasporta militare. Nota anche due macchine dei carabinieri parcheggiate accanto alla pista e un camioncino carico di soldati in tuta mimetica. Dall’aereo vengono scaricati dei containers mentre si avvicinano due camion. Nei containers scaricati ci sono cibo e medicine, che verranno caricate sui camion dai quali in precedenza erano state scaricate altre casse che contengono armi. “Due delle casse erano state aperte – afferma Di Cori riportando il racconto di Rostagno – e i soldati avevano prelevato delle mitragliatrici che erano state mostrate ad alcuni civili scesi dall’interno dell’aereo. I containers con i viveri e i medicinali vengono caricati sui camion e le casse con le armi vengono caricate sull’aereo”.

Mauro Rostagno

Che fossero destinate alla Somalia è Rostagno a sostenerlo con Di Cori, aggiungendo che ne è certo a causa di un’altra inchiesta che sta svolgendo e di cui non vuole parlare. Va aggiunto un particolare. Quando Di Cori inizia a fare questa rivelazione prende contatti con Repubblica e con il suo cronista più illustre, Giuseppe D’Avanzo, che farà dei riscontri. Tra questi spunta la conferma di un incontro tra Rostagno e il magistrato Giovanni Falcone di cui Rostagno aveva parlato a Di Cori, dicendogli che “E’ l’unica persona che può essere interessata, ma interessata davvero. Se un’operazione del genere viene fatta in Sicilia e in maniera piuttosto scoperta è perché chiunque stia dietro (questo traffico, ndr) sa di avere una copertura totale”. Prima di morire Rostagno sarebbe riuscito a filmare un successivo e analogo scambio viveri contro armi avvenuto sempre all’aeroporto di Chinisia, ma di questa registrazione non si è più trovata traccia, elemento su cui si basa la diffidenza verso il contributo di Di Cori alle indagini.

Le conferme alle sue parole sono però numerose per quanto riguarda il traffico d’armi tra Italia e Somalia, probabilmente partite dall’aeroporto di Chinisia e vengono da fonti inaspettate. Per esempio dall’ex capo della Digos di Trapani, Giovanni Pampillonia, che in Assise racconta alla corte che fu il maresciallo Vincenzo Li Causi, responsabile della cellula Gladio di Trapani, in ottimi rapporti con Ilaria Alpi, assassinato al confine tra Somalia e Kenia a fine 1993, a riferirlo dopo il delitto Rostagno. Li Causi aveva indagato approfonditamente su un traffico di rifiuti tossici e di armi tra Italia e Somalia di cui avrebbe parlato con Ilaria Alpi.

A questo punto però non abbiamo ancora parlato della Comunità Saman, fondata proprio da Rostagno, con sede a Lenzi, una frazione del comune di Valderice, in provincia di Trapani, all’interno della quale negli anni si sono accumulati veleni e misteri di varia natura. Come la presenza al suo interno di Giuseppe Cammisa, detto Jupiter, che il pentito di mafia Rosario Spatola riteneva “affidabile”, al punto di avergli affidato alcuni pedinamenti, oltre che essere esperto nella raffinazione di eroina. Cammisa insieme a Francesco Cardella, cofondatore della comunità e molto vicino ai leader del Psi Bettino Craxi e Claudio Martelli, verrà accusato e poi prosciolto per l’omicidio Rostagno.

Cammisa è in Somalia a Mogadiscio nel marzo 1994, quando viene uccisa Ilaria Alpi. Ma cosa ci fa laggiù Cammisa? Ce l’ha mandato Cardella, di cui è uomo di fiducia, per impiantare un ospedale che non verrà mai realizzato. Un’attività sospetta che secondo il commissario Pampillonia attira l’interesse di Gladio per la comunità Saman, come dimostra anche l’indagine sulla struttura anti comunista condotta dal giudice Casson, che non potrà interrogare il capo della struttura Scorpione della Gladio di Trapani, Vincenzo Li Causi, perchè questi morirà in circostanze a dir poco misteriose durante una battuta di caccia in Kenia.

dalla pagina facebook “M.llo Marco Mandolini una voce vera per un falso silenzio”

Ma c’è un altro omicidio che ruota intorno ai rapporti tra la Somalia e Trapani e riguarda il maresciallo Marco Mandolini, capo scorta del generale Loi, il capo della missione militare italiana in Somalia, ucciso in circostanze ancora da spiegare a Livorno con decine di coltellate nel 1995. Mandolini, secondo il Sios dell’esercito, è ritenuto essere l’agente Condor, un uomo dei servizi che risulta presente a Bosaso, in Somalia, nello stesso periodo in cui si trovano lì la Alpi e Hrovatin.

La sentenza definitiva della Cassazione sull’omicidio di Mauro Rostagno si limita invece a dare la colpa alla mafia. Che è sicuramente coinvolta in alcuni dei traffici di armi descritti ma non da sola. Forse aveva ragione Renato Curcio, da sempre amico di Rostagno, quando in un’intervista affermò: “In tanti cercheranno di dire che è morto perché la mafia lo ha ucciso, perché qualche spacciatore lo ha ucciso, perché qualche amante deluso lo ha ucciso. Ma niente di tutto ciò ci racconterà la storia di Mauro perché Mauro non è morto per nessuna di queste ragioni. E la ragione per cui è morto resterà inconfessabile, impossibile da raccontare”. Potrebbe aggiungere qualcosa di più, di cui evidentemente è a conoscenza, ma non lo fa. Sa bene, più di altri e per esperienza diretta, che chi tocca i fili di quella rete che s’intreccia con le trame di Stato muore.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatan passano gli ultimi giorni della loro vita a Bosaso, la città di mare più grande del Puntland somalo. Sono andati a intervistare il sultano Abdullahi Moussa Bogor, che racconta degli stretti rapporti, un eufemismo per raccontare il fiume di soldi italiani per opere inesistenti, dell’Italia con il governo di Siad Barre, molto amato dal Psi di Craxi. Racconta anche della società di pesca italo-somala Shifco, azienda della quale lo Stato italiano aveva donato alcuni dei pescherecci, che alcuni magistrati ritennero essere stati usati per traffici illeciti di rifiuti e di armi. Dopo la caduta di Barre queste navi erano illegittimamente divenute di proprietà personale di un imprenditore italo-somalo. Tornati a Mogadiscio, Alpi e Hrovatin non trovarono il loro autista personale, mentre si presentò Ali Abdi, che li accompagnò all’hotel Sahafi, vicino all’aeroporto, e poi all’hotel Hamana, nelle vicinanze del quale avvenne il duplice delitto.

Si è ipotizzato che il Centro Scorpione, dove operavano agenti dei servizi segreti di Gladio, ricevesse armi dalla società Oto Melara di Finmeccanica a la Spezia, e che queste armi siano state inviate in Africa, dove operava la stessa organizzazione Gladio, dall’aeroporto di San Vito Lo Capo con un aereo ultraleggero non visibile ai radar. Un’interrogazione del senatore Luigi Malabarba del 9 ottobre 2002 chiede al premier Berlusconi di accertare se è vero quanto contenuto in un messaggio inviato il 9 novembre 1989 dal Sios (il Servizio d’intelligence) dei Carabinieri Alto Tirreno, La Spezia, al Centro Scorpione di Trapani, la sede siciliana di Gladio comandata dal maresciallo Vincenzo Li Causi, anche lui come abbiamo visto morto in circostanze mai del tutto chiarite in Kenya, pochi mesi prima di Ilaria Alpi, il 12 novembre 1993. Nel messaggio si parla del materiale inviato dall’Oto Melara al Centro Scorpione della Gladio siciliana.

Il senatore Malabarba chiede quindi di sapere chi stabilisse i rapporti tra la Gladio e la ditta Oto Melara e chi firmasse i contratti relativi alla vendita di materiale bellico tra l’industria spezzina e Gladio. Chiede anche se la Gladio di cui si parla nel messaggio fosse la Gladio resa nota in Parlamento oppure la Gladio militare. Soprattutto Malabarba vuole sapere se risulti al governo che la Gladio siciliana, facente capo alla base di Trapani, sia stata la causa indiretta dell’abbandono della sua attività di magistrato in Sicilia di Giovanni Falcone, come si legge nel libro del magistrato Antonio Caponnetto “I miei giorni a Palermo”, a pagina 100, dove, a proposito di atti giudiziari in cui si chiama in causa Gladio, scrive che Falcone riteneva che “si dovesse indagare, ma si trovò di fronte ad un muro di no: quello del procuratore capo e dei suoi sostituti” e “probabilmente fu questa la goccia che fece traboccare il vaso e indusse Giovanni a troncare i ponti con Palermo”, afferma Caponnetto. Il senatore Malabarba non riceverà mai nessuna risposta alle sue legittime domande.

Abbiamo ricordato i sei morti che ruotano intorno agli omidici di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Oltre a loro due ci sono Mauro Rostagno, il maresciallo Vincenzo Li Causi, il maresciallo Marco Mandolini e Hashi Omar Hassan. Quest’ultimo, dopo aver scontato ingiustamente sedici anni di carcere con l’accusa di essere l’assassino dei due giornalisti italiani, era tornato in Somalia. Secondo i magistrati somali sarebbe stato ucciso, nel luglio 2022, con una bomba piazzata sotto la sua macchina per non aver voluto pagare il pizzo al gruppo terroristico Al-Shabaab. Non si può escludere naturalmente. Resta il fatto che non potrà più nè confermare nè smentire le ultime rivelazioni sulle pressioni della diplomazia italiana per arrivare alla sua cattura come capro espiatorio. Un altro testimone scomodo di meno.

Quello che è certo è che l’unica pista credibile emersa dalle inchieste, che ruota intorno alla alla base della Gladio Scorpione di Trapani viene coperta ogni volta che si parla di riaprire l’inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi, nonostante siano decine i fili che portano direttamente in quella direzione. L’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, secondo suo figlio Massimo, avrebbe fatto parte della Gladio siciliana. L’ex faccendiere Francesco Elmo ai giornalisti e direttamente ai magistrati l’ufficiale Paolo Fornaro, uno dei militari che si occupava della Gladio trapanese, hanno affermato più volte che avvenivano scambi di favori tra la struttura che ruotava intorno al centro Scorpione e la mafia. Ma nonostante questa mole di indizi, prove, testimonianze e documenti, non esiste una verità ufficiale sull’omicidio di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Il Deep State ha trionfato un’altra volta.

Hashi Omar Hassan
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