martedì, Settembre 27, 2022
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Nel campo profughi di Lesbo il Teatro dell’oppresso denuncia le ferite dell’anima

di Tania Paolino*

L’isola di Lesbo è alle porte dell’Europa. Qui si arriva dopo avere attraversato montagne, vallate, fiumi, il mare. Ma non è ancora sufficiente: per guadagnare lo status di profugo, devi mostrare le ferite delle armi e delle percosse, ai piedi, addosso, esibirle a riprova di ciò che hai subito. Quelle dell’anima, le ferite, ancora possono aspettare, aleggeranno come fantasmi sulla tua vita se sopravvivi alle prime, fino a quando non troverai la forza per farci i conti.

Chiuso il campo profughi di Moria, c’è Kara Kepe

A Lesbo adesso esiste un solo campo profughi, dopo la chiusura di quello di Moria in seguito a un incendio. Si chiama Kara Tepe, a qualche chilometro da Mitilene, vi si trovano circa 1400 persone. Difficile entrarvi, se non si è membri di qualche Ong. Difficile anche uscirne. All’interno non si possono accendere fuochi, fare da mangiare, svolgere qualsiasi attività. Il necessario, come, ad esempio il cibo, arriva da fuori. E, così, quelle centinaia di donne e uomini trascorrono le loro giornate senza fare nulla, il tempo è immobile, nell’attesa del permesso di andare via alla volta della Francia o della Germania. Questa condizione ricorda ben altri campi, in cui l’umanità era umiliata, annichilita, perché costretta all’inattività, alienante al pari del lavoro forzato.
In barba ai trattati internazionali e, prima ancora, alla Legge morale, l’Europa continua a respingere, rinchiudere, contrattare. Negli ultimi tempi, la situazione è addirittura peggiorata. La politica di respingimento è più accanita: in mare, al largo delle coste turche e dell’isola di Lesbo, le motovedette speronano le imbarcazioni coi profughi, ne rompono il motore, poco importa se quegli esseri umani finiscono in acqua.

Fuori dal campo, il Teatro dell’oppresso

Chi ce la fa ad arrivare alla costa, si butta nei boschi, dove si nasconde il periodo necessario a tentare la nuova traversata verso la Grecia, quindi la rotta balcanica e, per i più fortunati, un aereo verso la destinazione finale. Il problema è ancora maggiore per gli africani, quasi tutti migranti economici e climatici; così, per molti di loro lo stazionamento a Mitilene può diventare lunghissimo, spesso il capolinea.
Fuori dal campo di Kara Tepe, però, esistono spazi in cui è possibile praticare sport o altre attività, fare acquisti, partecipare ai laboratori, coltivare un piccolo orto, frequentare un centro di ascolto. Nelle scorse settimane, ad esempio, alcuni rifugiati afghani, congolesi e della Sierra Leone hanno seguito un laboratorio di sei giorni organizzato dal Teatro dell’oppresso. Hanno dato una mano anche attiviste di Medici senza frontiera e altre Ong locali, insieme all’associazione Rad Music International, nata da un gruppo musicale di profughi dal Congo, finanziata da una Ong greca.

Le ferite dell’anima, i mostri incontrati in viaggio

Cristina Barbara, della rete nazionale Teatro dell’oppresso Freire, ha raccontato questa esperienza con un filo di emozione nella voce: “L’obiettivo del laboratorio è stato lavorare sull’incontro, creare uno spazio di ascolto reale”.
Nonostante la partecipazione discontinua, causata dalle mille adempienze burocratiche cui sono costretti, piano piano quegli attori improvvisati si sono aperti, tirando fuori i propri mostri, quelli incontrati in mare o nel buio del bosco, dove si muore ancora di fame, di freddo, di violenza, di paura. Hanno raccontato la diffidenza e la disperazione, ma anche l’accoglienza e la speranza. Storie vere, purtroppo, mitigate in parte dall’azione dei tanti volontari e attivisti, provenienti da ogni parte del mondo.

Il piccolo spettacolo messo a punto dal Teatro dell’oppresso Freire ha avuto, quindi, una grande valenza sociale e umana: liberare i protagonisti dai fantasmi interiori e contemporaneamente fare denuncia politica.

*articolo in origine pubblicato su https://www.strisciarossa.it/nel-campo-profughi-di-lesbo-il-teatro-delloppresso-denuncia-le-ferite-dellanima/

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