lunedì, Settembre 26, 2022
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Paperino, l’immigrazione e il Baobab

Oggi ci sono due ordinarie ingiustizie in primo piano, in apparenza senza legame, in realtà assolutamente connesse. Tra poco il tribunale di Roma emetterà una sentenza contro Andrea Costa del Baobab e altri due imputati nel Paese di Paperino. No, non sono impazzito e per convincervi devo raccontare cosa c’entra la giustizia italiana con la storia di Paperino. E quanto la vicenda di Paperino & Co possa condizionare la sentenza per gli imputati d’immigrazione clandestina, non parliamo dei veri trafficanti di esseri umani ma di persone che hanno contribuito con poche decine di euro al viaggio di alcuni immigrati e per questo rischiano 18 anni di prigione.

Un signore, lo chiameremo Mario, fa uno scherzo a un suo amico. Uno scherzo stupido, fastidioso magari, ma del tutto innocuo. Mario abbona il suo amico a una rivista che si chiama Disney 313, dove 313 è il numero della targa della macchina di Paperino, quella dove nei fumetti siedono nel bagagliaio a tre posti i nipoti Qui, Quo e Qua. Lo abbona senza dirglielo e l’amico, lo chiameremo Giovanni, si arrabbia molto quando inizia a ricevere i solleciti di pagamento dalla casa editrice della rivista. Sapendo di non aver fatto nessun abbonamento Giovanni presenta denuncia contro ignoti. Le indagini appurano facilmente che l’autore dello scherzo è Mario, che non nega affatto la sua responsabilità. Pensando allora di chiudere la questione Mario offre mille euro a Giovanni. Con i mille euro, una cifra molto più alta del costo dell’abbonamento, Mario intende risarcire anche il disturbo provocato a Giovanni, che l’ha presa talmente male da aver rotto l’amicizia con Mario.

Tuttavia il risarcimento non pone fine alla questione. Attenzione ci sono tre sedi giudiziarie coinvolte in questa vicenda, quella di Cremona dove nasce il processo, la Corte d’appello di Brescia e la Cassazione a Roma. Mario subisce due procedimenti penali, viene indagato due volte, per tre volte viene processato, condannato in due processi e alla fine per due volte patteggia una pena complessiva, viene infatti condannato a 13 mesi di reclusione, oltre a dover pagare altri 600 euro a Giovanni per le spese legali. Ma non finisce qui la sua vicenda giudiziaria. Perchè Mario non è abbiente e ha richiesto il gratuito patrocinio. Mario fa tre lavori per sopravvivere al di sotto della soglia di povertà e nel formulare la domanda di assistenza legale omette uno dei tre lavori, con il quale avrebbe superato la soglia prevista per beneficiare dell’assistenza legale.

Interviene la Guardia di Finanza, gli viene tolto il gratuito patrocinio e viene denunciato per aver falsificato l’autocertificazione. Viene condannato ad altri dieci mesi di carcere. A quel punto però Mario ha perso i benefici dell’essere incensurato a causa della prima condanna relativa all’abbonamento alla rivista Disney. Dovrà quindi scontare per intero entrambe le pene. Il suo avvocato attuale sta cercando di tramutare il carcere in servizi sociali.

Dall’inizio a oggi, dall’infelice idea dello scherzo all’amico alla sentenza definitiva, sono trascorsi nove anni. I commenti sulla sproporzione della pena sono superflui, in ogni caso ormai le condanne sono definitive. Ma sul concetto di sproporzione dell’azione giuridica dobbiamo invece riflettere.
Questo è il quadro giuridico, il tessuto giudiziario italiano in cui s’inserisce la vicenda di Andrea Costa del Baobab e degli altri due imputati per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel Paese in cui la giustizia si accanisce sulla macchina di Paperino, la magistratura ha dimostrato più volte, questo è solo l’ultimo caso, di non essere in grado di restituire la dimensione reale degli avvenimenti della vita in un’aula di Tribunale.

Ma è sempre così, obietterà qualcuno, ed è sempre sbagliato, è lecito replicare. Non c’è bisogno di ricordare il precedente della condanna a Mimmo Lucano per raccontare l’angoscia del mondo della solidarietà rispetto alla condanna giudiziaria verso chi assiste i meno abbienti e gli immigrati.

A confronto della vicenda di Mimmo Lucano, comunque un processo politico, la storia di Andrea Costa e dei suoi due coimputati e molto più semplice, non ci sono atti del consiglio comunale, non ci sono possibili appropriazioni indebite neanche nel capo d’accusa. No, l’unica accusa contro Costa e gli altri consiste nell’aver raccolto, “scollettato”, poco più di 250 euro per consentire a degli immigrati di prendere un pullman. Un gesto umano, semplice, di solidarietà tra persone. Per la giustizia italiana questo si chiama favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, un reato che dovrebbe invece riguardare chi sul traffico d’immigrati trasportati come carne da macello e trattati come merce avariata ha costruito ricchezze e potere politico.

E’ questo il motivo per cui nessun cittadino italiano può guardare con tranquillità alla sentenza che sta per essere emessa oggi. Anche perchè se il sistema giudiziario italiano sta dalla parte di Paperino, che nonostante tutto sopravvive alle spalle di zio Paperone, a noi non resta altro che tifare per Paperoga.

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