martedì, Aprile 16, 2024
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Per ridurre l’astensione ci vogliono nuovi partiti

di Alfonso Pascale *

Nelle recenti elezioni regionali in Sardegna, i votanti sono stati solo il 52,4%, in calo rispetto al 2019. Si va, dunque, ampliando il fenomeno dell’astensionismo. Esso non è il prodotto di un’indifferenza degli elettori ai problemi del Paese e della Regione. È invece la reazione all’indifferenza, che gli elettori attribuiscono ai partiti, a tutti i partiti, rispetto ai problemi del Paese e della Regione, cioè ai propri. E questa percezione ha diverse cause. Quella principale è la mancanza di vita democratica all’interno dei partiti. Privi di regole democratiche, i partiti sono gusci vuoti. E i cittadini, percependo quest’assenza dei partiti, si sentono privi di strumenti per partecipare alla vita democratica del Paese.

I partiti nascono per organizzare, a partire da un orizzonte valoriale condiviso, forze sociali, intellettuali, tecnico-scientifiche. Organizzarle per che cosa? Per garantire un’azione di governo capace di confrontarsi con la complessità della nostra epoca e di imprimerle una direzione.

Ma oggi il cittadino si avvicina ad un partito se sperimenta concretamente che in esso può contare. E il momento centrale per contare è quello della scelta dei candidati, che sempre più sono associati a scelte di politiche governative.

Per questo i tempi di vita di un partito dovrebbero corrispondere a quelli delle elezioni politiche, fissando le procedure nello statuto. E l’organizzazione dovrebbe avere tre momenti essenziali: 1) la scelta del leader o candidato di punta e dei candidati al parlamento (le cosiddette primarie); 2) la scelta dei conduttori del partito che (per evitare conflitti d’interesse) non potranno candidarsi alle elezioni se sono ancora in carica e se non è trascorso un certo numero di anni dalla carica ricoperta; 3) la conferenza annuale sugli indirizzi programmatici.

La conferenza annuale dovrebbe essere il fulcro dell’attività continuativa di un partito. Con essa si svolge il necessario lavoro di coordinamento e di convergenza culturale e programmatica interna al partito e tra partito e società. La conferenza andrebbe preparata da un’intensa attività di convegni e seminari da svolgere interagendo con i principali centri di ricerca, accademici e non. Una precisa regolamentazione delle procedure di convocazione e realizzazione (tempi e modi) della conferenza annuale metterebbe in evidenza i diritti degli iscritti e delle organizzazioni affiliate nell’avanzare proposte di ordini del giorno o mozioni.

In tal modo, tra eletti (gruppi parlamentari) e organizzazione si sviluppa una collaborazione che può anche essere in alcuni momenti conflittuale. I conflitti si potranno superare se convivranno due consapevolezze: quella dell’organizzazione (senza gli eletti non potrà trasformare in politiche le proprie istanze) e quella degli eletti (la relazione con gli elettori che determina la loro legittimazione di rappresentanti è “mediata” dall’organizzazione).

Solo così un cittadino sarà invogliato ad iscriversi ad un partito e si sentirà gratificato dalla partecipazione attiva alla selezione dei leader e alle scelte programmatiche. Egli sarà, insieme a tanti altri cittadini, il co-organizzatore del “torneo della democrazia”.

Alfonso Pascale*

Alfonso Pascale è uno storico, opinionista e docente di ruralità contemporanea – alfonsopascale.it

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