martedì, Settembre 27, 2022
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Peter Fechter, 14 gennaio 1944

La breve vicenda umana di Peter Fetcher, che, forse, avrebbe compiuto 88 anni domani se non fosse stato ucciso come un cane dalla polizia della Germania Est nell’agosto del 62, un mese prima che nascessi, è una mia ossessione da sempre. Gli ho dedicato anni fa una rappresentazione teatrale, “L’Elicottero a pedali”, in cui, arrivati al punto del suo tentativo di fuga, non è stato raro sentire qualcuno del pubblico soffiarsi il naso per nascondere la commozione. E come fai a non commuoverti parlando di un ragazzo che voleva soltanto la libertà come tutti i ragazzi e finì per diventare suo malgrado un martire della lotta per la libertà, che qualcuno si limita a definire lotta al comunismo sovietico, ma così non è, visto che il muro di Berlino, alla fine dell’impero del socialismo reale, anzichè essere abbattuto è stato esportato con successo in tutto il mondo diventando il muro del presente tra il diritto all’autodeterminazione degli esseri umani e il pensiero unico neoliberista.

Peter Fetcher non fu la prima vittima del muro di Berlino, per l’esattezza fu la ventisettesima, ma la sua lunga agonia, tra urla di dolore e la richiesta di un aiuto che non venne nè dalle guardie dell’est nè da quelle dell’ovest, simboleggia per intero quale passo indietro per l’umanità rappresentò il muro della vergogna, il cinismo impietoso e omicida di quell’accordo di spartizione del mondo tra Usa e Urss scaturito dalla seconda guerra mondiale. Lui era un muratore, un lavoratore, un soggetto sociale in nome del quale venne chiamata “democratica” una repubblica del terrore, dove a denunciarti alla polizia segreta per aver raccontato una barzelletta sul regime poteva essere tua madre, il tuo più caro amico, tuo fratello. Al giovane lavoratore Peter Fetcher quel regime non piaceva e così, con il suo amico e collega Helmut Kulbeik, decise di scappare.

Peter Fechter

Si nascosero accanto alla parte del muro confinante con Zimmerstrasse, in una falegnameria, per poter capire come si muovevano le guardie di frontiera e trovare il momento adatto alla fuga. Tra loro e la libertà ci sono 10 metri, un pezzo di terra, detta “striscia della morte”, tra due muri, quello confinante con la finestra della falegnameria da cui saltarono giù i ragazzi e il secondo più basso, due metri tra mattoni e filo spinato, che li separava da Kreuzberg, il quartiere che a Berlino ovest era presidiato dal Checkpoint Charlie sulla Friedrichstraße, controllato dai militari Usa.
Ho sempre provato a immaginare il battito del cuore accelerato dei due ragazzi, la paura superata soltanto dalla speranza, un’ultima occhiata tra loro prima di quel momento, un “vai!” sussurrato un attimo prima di scavalcare la finestra e poi quel momento da cui non puoi più tornare indietro.

Fissiamolo qui il centro della vicenda, perchè, se vogliamo che Peter Fechter e con lui tutti gli altri che hanno provato a scappare non siano morti per niente, non è il momento della morte a stabilire chi fosse, ma quello del salto, un salto che può decidere di compiere il colto come l’ignorante, la corsa del vaffanculo alla guardie e alla paura, lo fa, salta e ci prova, sente il vento che sferza il volto e respira correndo forte da uomo libero per pochi secondi, finchè i proiettili non lo fermano. Alle ore 14 del 17 agosto 1962.
Forse quando cominciò ad arrampicarsi sul secondo murò pensò per un attimo di avercela fatta. Helmut Kulbeik riuscì a scavalcare anche quello e a passare ad ovest mentre le raffiche di mitra dei vopos diventavano sempre più fitte. Intanto, attirati dalle urla e dagli spari, molti berlinesi occidentali iniziarono a radunarsi davanti al muro, comprendendo che stava accadendo qualcosa di terribile. Peter Fechter fu colpito da un solo proiettile che entrò e uscì dal bacino provocando un’emorragia molto forte, e cadde all’indietro nella striscia della morte dinanzi a un centinaio di persone allibite dall’altra parte del muro.

Perchè è dopo che Fechter viene colpito che comincia la parte più vergognosa della vicenda. E’ per terra, urla di dolore e di rabbia, ma nessuno lo aiuta. I vopos temono di avvicinarsi troppo ai militari Usa e di rischiare che questi aprano il fuoco. La folla intanto urla agli statunitensi d’intervenire, di fare qualcosa. Ma la paura dei militari Usa è che attraversando quel tratto di terra di nessuno anche se per pochi metri si crei un incidente internazionale che innescherebbe una guerra. Così nessuno si muove e tutti guardano Peter Fechter morire lentamente dissanguato. Passeranno 60 minuti in cui un essere umano muore lentamente davanti a una folla prigioniera della follia umana all’est come all’ovest.
“Assassini, criminali” grida all’indirizzo dei vopos la folla che si sta radunando. I militari statunitensi chiamano il maggiore generale Albert Watson, comandante della guarnigione americana di Berlino e ricevono l’ordine di non fare niente. “Codardi yankee! Traditori!” gli gridano i berlinesi. Anzi, qualcosa i militari a stelle e strisce fanno: minacciano con le armi in pugno un gruppo di cittadini che si è avvicinato al muro per scavalcarlo al contrario e soccorrere il ragazzo. Gli statunitensi lanceranno delle bende verso Fechter, ma questi non è più in grado di muoversi per raccoglierle. “Aiutatemi, perchè non mi aiutate?” è il grido angosciante di Peter Fechter che ascoltano i berlinesi, un’invocazione che si affievolisce sempre di più fino a scomparire. Sappiamo oggi, grazie ai documenti desecretati, che il generale Watson chiamò il Presidente degli Stati Uniti John Kennedy per ricevere ordini, non fu una sua iniziativa quella di lasciar morire Fechter. Le ragioni della Realpolitik prevalsero. Ci sono due fotografi, Wolfgang Bera ed Herbert Ernst, che si arrampicano sul muro e riescono a inserire le loro camere attraverso il filo spinato riprendendo l’agonia di Peter Fechter. A quel punto i vopos sparano dei lacrimogeni vicino a Fechter, per impedire che il suo corpo sia visibile. Herbert Ernst è l’autore della fotografia che trovate qui sotto, quella dove finalmente dopo un’ora Fechter viene raccolto dai vopos e portato in ospedale, dove morirà subito dopo il ricovero ormai dissanguato.

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Tramite i documenti sequestrati dopo il crollo del muro alla Stasi, si scoprì anche che la Germania est aveva tentato di occultare il funerale di Fechter, ma nonostante questo 300 persone, rischiando l’arresto, si presentarono comunque alle esequie. Nel 1997 vennero individuati e portati a processo Rolf Friedrich e Erich Schreiber, due dei militari di Berlino est presenti quel giorno. Durante il processo venne resa nota l’autopsia, anche questa nascosta dalla Stasi. Fu accertato che i vopos spararono 38 proiettili verso Fechter e soltanto uno andò a segno. La difesa dei due sostenne che questo dimostra che i vopos cercarono di non colpire il ragazzo. In una lettera sequestrata dalla Stasi negli anni ’60 e mai consegnata alla fidanzata a cui era indirizzata, Erich Schreiber scrisse: “Ti starai chiedendo come mai sono stato promosso. Ho sparato e ucciso un fuggiasco che voleva attraversare il confine da est a ovest. Se questo ti sconvolge e non vuoi avere niente a che fare con un ‘assassino’, per favore non parlarne con nessuno”. Lui e Rolf Friedrich furono riconosciuti colpevoli e condannati a un anno di carcere.

Helmut Kulbeik, il compagno di fuga di Peter Fechter che riuscì a scappare, almeno fino al 2020 era vivo. Ha avuto una vita molto dura con problemi personali e di salute seri. Ha evitato ogni volta possibile le interviste e non volle partecipare al processo per la morte di Fechter. Le ultime sue notizie sono dovute a un giornalista tedesco che lo incontrò due anni fa in un rifugio per senzatetto.

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