mercoledì, Aprile 17, 2024
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Povertà da lavoro, in Italia colpisce il 12% degli occupati

Dal 2008 al 2020, l’Italia ha affrontato una serie di crisi consecutive – finanziaria, energetica, sanitaria a causa della pandemia, conflitti bellici e inflazione – che hanno avuto ripercussioni devastanti su famiglie e lavoratori, causando impoverimento, erosione del potere d’acquisto e incertezza nella sicurezza sociale.

Le misure di protezione sociale, tradizionalmente orientate verso lavoratori anziani a tempo indeterminato, non sono riuscite a soddisfare le esigenze di giovani, donne e immigrati, che costituiscono la maggioranza dei cosiddetti “working poor”, ovvero lavoratori che vivono in condizioni di povertà.

La Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign che include organizzazioni per i diritti umani, lavoratori e sindacati del settore tessile, ha messo in evidenza l’urgenza di affrontare la questione del salario minimo per combattere la povertà lavorativa e la disparità economica in Italia, focalizzandosi sul settore della moda. L’organizzazione, che nel 2022 aveva già sollevato il problema, invita ora a una riflessione comune su dati attuali e soluzioni possibili.

Secondo l’Istat, nel 2022, più di 5,6 milioni di persone (2,18 milioni di nuclei familiari) vivevano in condizioni di povertà assoluta in Italia, un aumento rispetto all’anno precedente, anche a causa dell’inflazione che ha eroso ulteriormente il valore dei salari. Ciò pone l’Italia come l’unico Paese OCSE dove i salari medi sono in calo.

Questo fenomeno, come sottolinea Abiti Puliti, è il risultato di una problematica strutturale legata alla precarizzazione e flessibilizzazione del mercato del lavoro, che vede anche chi è impiegato vivere al di sotto della soglia di povertà. La situazione è ancora più critica nel settore della moda, dove le disparità economiche sono particolarmente marcate, come dimostra la presenza di numerosi miliardari del settore nella lista Forbes delle persone più ricche del mondo.

In Italia, il 12% dei lavoratori è classificato come working poor, guadagnando meno di 11.500 euro netti all’anno, e la pandemia ha aggravato ulteriormente questa condizione.

La Campagna Abiti Puliti evidenzia come la soluzione non sia soltanto l’introduzione di un salario minimo, ma richieda un insieme di politiche economiche, fiscali, legislative e contrattuali, sia a livello nazionale che internazionale, per ristrutturare l’economia e redistribuire la ricchezza. Un salario dignitoso, basato sui diritti umani e sulle necessità reali dei lavoratori, dovrebbe assicurare la copertura dei bisogni primari e consentire un risparmio. Questo dovrebbe ammontare a 2.000 euro netti al mese, pari a 11,5 euro l’ora, nel 2024.

Per eliminare la povertà lavorativa, è necessario garantire lavori stabili e introdurre misure come benefici integrativi al reddito da lavoro, la riduzione degli orari lavorativi mantenendo un salario dignitoso, e rivedere i modelli di produzione e consumo che premiano la riduzione dei costi a discapito della qualità della vita dei lavoratori, dell’ambiente e del clima. Tuttavia, l’assenza di una legislazione sul salario minimo in Italia segnala una mancanza di volontà politica di affrontare seriamente il problema dei milioni di lavoratori poveri nel paese.

Foto di Pexels da Pixabay
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