giovedì, Maggio 23, 2024
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Religioni e Democrazia, un tema cruciale del presente

di Alfonso Pascale*

È sotto gli occhi di tutti un mondo dove dominano economia e finanza, più un dispotismo di tipo nuovo, posato su un’immane capacità produttiva e volontà di dominio. E in tale scenario, la società aperta, plasmata dall’Occidente, appare sotto scacco.

La democrazia degli stati nazionali, da sola non è più in grado di esercitare la sua funzione regolatrice. E se si vogliono affrontare le nuove disparità e ingiustizie indotte dalla globalizzazione occorre dare forza culturale, politica e sociale a processi di estensione dei diritti di partecipazione politica oltre la funzione propria degli stati.

Tali diritti fondano, infatti, la cittadinanza politica attiva, ossia l’esercizio pubblico dell’autonomia. E solo ordinamenti democratici sovranazionali possono garantirli. Insomma, i cittadini potranno esercitare la propria sovranità nel proprio Stato e in una dimensione sovranazionale se la cittadinanza politica attiva sarà in grado di esprimersi anche direttamente in una democrazia oltre lo stato.

Il cattolicesimo ebbe molte difficoltà a dialogare con l’umanesimo e l’illuminismo. Il concilio Vaticano II indusse la chiesa a pacificarsi con la modernità, il liberalismo e la democrazia. E, inserendola nel percorso ecumenico già avviato dalle comunità protestanti, la pose nelle condizioni di contribuire alla costante rielaborazione ed espansione dei valori e dei principi che sottendono la società aperta.

Nei cinquantanove anni che ci separano dalla conclusione del concilio, tale impegno si è manifestato solo sporadicamente. E se oggi si registra una debolezza del pensiero liberaldemocratico lo si deve, in parte, anche alla crescente residualità dell’apporto delle chiese all’approfondimento di tali idee.

Occorrerebbe tornare a riflettere sui lavori conciliari. Potrebbe aiutarci a recuperare la memoria di quei filoni storici della tradizione cristiana che furono a fondamento della cultura europea e, successivamente, del costituzionalismo americano. E renderci più consapevoli delle potenzialità che le religioni possono avere di alimentare la democrazia con le loro specifiche culture.

Eminenti filosofi del nostro tempo, come John Rawls e Jürgen Habermas, ritengono che le religioni possano giocare un ruolo politico per rafforzare la democrazia liberale. Il primo è convinto che si debba «prendere sul serio il pluralismo» e permettere alle religioni di avere accesso alla discussione pubblica.

A patto, però, che i loro aderenti siano disposti a difendere i principi e le politiche suggerite dalle loro dottrine «portando ragioni appropriatamente pubbliche». E Habermas ritiene che i non credenti debbano attivamente aiutare questo passaggio, accettando che i credenti partecipino alla discussione pubblica «in lingua religiosa» e realizzando un «duplice processo di apprendimento, che obbliga le sui loro rispettivi tradizioni dell’Illuminismo, al pari delle dottrine religiose, a riflettere confini».

Ma c’è anche un’ulteriore ragione per spingere le religioni a confrontarsi coi temi della democrazia: è più probabile che queste si lascino contaminare dalle procedure democratiche, integrandole nei loro rispettivi ordinamenti confessionali.

Per alcune chiese protestanti, questo tema venne affrontato in qualche modo già negli anni Sessanta del secolo scorso; e ora l’assetto democratico interno andrebbe consolidato in tutte le chiese riformate.

Per la chiesa cattolica si pone anche l’opportunità di aggiungere alla sinodalità una costituzionalizzazione democratica della propria vita interna e togliere così il terreno sotto i piedi alle cosiddette democrazie illiberali di paesi come l’Ungheria, dove la religione è stata trasformata in un corpus di appartenenze identitarie.

Ma anche ai tentativi di mettere fine allo straordinario esperimento democratico che dura da oltre due secoli negli Stati Uniti, dove la parte più conservatrice dell’episcopato sostiene il trumpismo.

Per le chiese ortodosse, il riconoscimento della democrazia potrà condurre a recidere il legame tra lo Stato e le chiese locali; come drammaticamente si è manifestato con il regime autocratico russo, fino ad un’alleanza innaturale sul terreno di una guerra tragica e immotivata.

Per l’ebraismo, il suo adeguamento alle regole democratiche sarà un modo per neutralizzare i gruppi di estrema destra che condizionano la democrazia israeliana.

Per l’Islam, il riconoscimento della democrazia e dello stato di diritto potrà consentire di isolare e combattere processi di radicalizzazione, fino a pratiche di terrorismo, negazione assoluta delle aspirazioni alla spiritualità di quella religione.

Alfondo Pascale

*Alfonso Pascale è uno storico, opinionista e docente di ruralità contemporanea

alfonsopascale.it

Democracy by Nick Youngson CC BY-SA 3.0 Alpha Stock Images
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