giovedì, Luglio 18, 2024
HomeOpinioniRoma a 80 anni dalla Liberazione da cui si può ancora imparare

Roma a 80 anni dalla Liberazione da cui si può ancora imparare

Oggi è una giornata particolare per Roma. Esattamente 80 anni fa avvenne la liberazione dal nazifascismo della città, avvenuta sì grazie alle truppe angloamericane, ma con il contributo di migliaia di civili, quelli inquadrati nelle organizzazioni partigiane e quelli che fecero la loro parte individualmente, con gesti e atti coraggiosi che di fatto furono di opposizione politica, disobbedienza all’occupante e ai suoi complici italiani.

La lotta al nazifascismo resta per me, nato negli anni del boom economico e senza particolari bisogni materiali insoddisfatti, l’ispirazione centrale nella formazione culturale e politica. Non è mai passato un giorno da quando sono venuto a contatto con quella storia, in cui non mi sia chiesto cosa avrei fatto, se avrei avuto anche io il coraggio di mettere in gioco la mia vita e, poichè proprio questo è il punto che volevo offrire al ragionamento di chi legge, fatto ancora più importante e devastante per la coscienza, di toglierla agli altri.

Pochi mesi fa, prendendo la parola in pubblico alla presentazione a Stampa Romana del libro del mio amico e collega Pierangelo Maurizio sull’attentato di via Rasella, forse stimolato dal fatto che la sala era gremita da una sessantina di antipatizzanti dei partigiani, non soltanto fascisti, ho affermato che quando ti rendi complice, colpevole diretto o indiretto, di chi tortura e uccide uomini, donne e bambini, deporta milioni di ebrei a morire nei campi di concentramento, terrorizza, depreda e toglie la libertà, è giusto che ti sparino addosso, non hai diritto alla pietà perchè hai scelto di stare dalla parte sbagliata dell’umanità.

Tornando a casa, molto soddisfatto del forte disagio provocato alla platea, d’altronde ci ero andato apposta e Pierangelo Maurizio mi aveva invitato sapendo già cosa avrei detto (lo stimo anche per questo), ho continuato a riflettere sull’argomento, come continuo a fare ogni giorno, anche a causa della riproposizione continua nel presente di questa terribile situazione di scacco per l’essere umano.

Di ignoto – http://www.pierangelomaurizio.com/lastoria_rasella.php, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=5087920

Mi sono così venute in mente alcune giornate molto particolari che ho trascorso a casa di Rosario Bentivegna, l’ultima con i miei tre figli, a cui ho voluto trasmettere questo valore inestimabile di libertà della Resistenza italiana, quella viva, non quella istituzionalizzata e proprio per questa “scolasticità” o meccanicità celebrativa ignorata e talvolta derisa dalle nuove generazioni.

Io non sono nessuno per interpretare o dire di aver compreso quale dolore immenso contenesse nel profondo l’animo di Bentivegna. Le prime volte che parlavo con lui mi ero fatto l’idea che il suo schernirsi, quasi riducendo a banalità le azioni che aveva compiuto insieme ai suoi compagni dei Gap, fosse dovuto a una forte autodisciplina comunista, per cui l’individuo conta meno del fine da raggiungere. Un paio di volte mentre parlavamo di via Rasella al di fuori degli schemi classici consegnati alla storiografia ufficiale, quando la conversazione si era spostata sui sentimenti suoi e dei suoi compagni, aveva interrotto bruscamente il discorso.

Esaltato com’ero dallo stare di fronte al mio eroe della Resistenza, ci ho messo qualche anno a capire che in realtà si era sentito toccato dentro, probabilmente si era commosso, ma il partigiano Paolo non poteva mostrarsi debole o esitante. Durante l’incontro con i miei figli l’aveva però detto esplicitamente a loro: uccidere finanche degli assassini è una violenza a cui nessun essere umano deve essere costretto, perchè muore un po’ anche lui.

Ci tenevo quindi in questa particolare giornata a ricordare la Resistenza da un punto di vista diverso e non istituzionale. Dove è in gioco l’essere umano e la sua terribile condizione di poter scegliere cosa fare della propria e altrui vita, non l’ideologia. Un motivo per essere ancora più grati a quelle donne e quegli uomini, giovani e adulti, politicizzati o un po’ incoscienti, antifascisti per scelta o per semplice spinta interiore, che ottanta anni fa si sono caricati sulle spalle questo enorme peso.

Un peso esistenziale il cui significato merita ancora oggi di essere approfondito, più di quello politico. Fintanto che la Resistenza continuerà a essere celebrata per quadretti liturgici e ideologici, il suo significato andrà sempre più scolorendosi. Se invece iniziamo a spostare l’attenzione sul suo significato umano, naturale e istintivo, esistenziale, di azione individuale all’interno della frattura della convivenza tra le persone, forse abbiamo ancora una speranza di restituire alla Resistenza un senso profondo e rendere ancora oggi attuale il valore della libertà come patrimonio di tutti e tutte.

«Non l’hai fatto fuori?»
«Era troppo triste.»
Orazio gridò a Metastasio.
«Non l’ha fatto fuori» gli gridò. «Dice che era un tipo troppo triste.»
Metastasio si strinse nelle spalle.
«Sembrava un operaio» disse l’operaio.
«E chi ti dice niente?» Orazio disse.
Risalirono e ripartirono.
«Sono stato soldato anch’io» disse l’operaio.
«Nessuno ti dice niente.»
«Mi hanno mandato in Russia.»
«Ma chi ti dice niente?» …
«Imparerò meglio» disse l’operaio.

Elio Vittorini – Uomini e No

Gruppo di gappisti romani
RELATED ARTICLES

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

ARTICOLI CORRELATI