martedì, Settembre 27, 2022
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Siamo tornati all’ottocento. Lo dice l’Inps

di Franco Astengo*

Incremento delle disuguaglianze nel mondo del lavoro legate al genere e all’età, pensioni destinate a essere sempre più povere senza un’inversione di tendenza, l’impatto di pandemia e guerra in Ucraina, le possibili soluzioni per rilanciare il mondo dell’occupazione non solo a livello quantitativo ma anche qualitativo. Questi alcuni dei temi emersi nella discussione sul Rapporto annuale dell’Inps.

La relazione alla Camera del presidente dell’istituto Pasquale Tridico ha fornito uno spaccato di un’Italia che prova a ripartire dopo il biennio della pandemia Covid, ma che è ancora lontana dai target dell’Unione Europea, e che deve fare i conti con una crescente disuguaglianza nel mondo del lavoro che si rifletterà nei prossimi anni anche su un ulteriore impoverimento a livello pensionistico.

Donne, stipendi più bassi degli uomini
Per le donne le buste paga restano anche nel 2021 decisamente più leggere di quelle maschili: il gender gap non sembra registrare appannamenti di sorta e consegna una retribuzione media di 24.415 euro annui, 15% inferiore a quella media complessiva e 25% più bassa di quanto percepito dagli uomini. Ciò dipende innanzitutto dal maggior peso, tra le donne, “sia della componente part year (anno parziale), per di più con durate medie più corte, sia della componente a part time”. La retribuzione media effettiva pro capite, comunque, al netto della Cig, è stata pari, nel 2021, a 24.097 euro (23.107 nel 2020) quasi in linea con il livello del 2019 (-0,2%) a fronte di un aumento del numero di persone che ha lavorato per frazioni ridotte dell’anno (part-year). La retribuzione media delle donne nel 2021 risulta pari a 20.415 euro.

Alla base di questo drammatico stato di cose ci sta il “disvalore del lavoro” che il capitalismo del XXI secolo ha introdotto quasi come elemento culturale e ideologico da inserire in un quadro complessivo di disfacimento sociale che prosegue ormai da molto tempo.

Un disfacimento prima di tutto dell’identità del lavoro che avanza almeno dall’avvento della “reaganomics” (ma anche prima se pensiamo alle finalità “storiche” del golpe cileno del 1973) .

Il modello di sviluppo guarda solo a mercato e profitto
Il modello di sviluppo ormai è basato totalmente sugli interessi del mercato e del profitto e non del lavoro: a differenza di quanto era riuscito a stabilire il compromesso keynesiano dei “30 gloriosi” e, pur nella concezione forzata del produttivismo, lo stesso modello sovietico di interventismo statale in economia. Si tratta di una questione di fondo: gli interessi del mercato e quelli del lavoro non sono coincidenti come pretenderebbe la vulgata liberista.

La contrapposizione tra profitto e lavoro, pur nel modificarsi e nell’allagarsi dello “schema sociale” delle contraddizioni ormai inclusive del portato generale dell’innovazione tecnologica, non può essere considerata un decrepito retaggio novecentesco.

Il neocapitalismo brandito come un’ideologia della “verità rivelata” (accusando gli altri di essere essi stessi meri portatori ideologici) non ha migliorato le condizioni del lavoro salariato e della previdenza. Anzi elementi concreti di analisi sul piano dell’occupazione, del regime salariale, dell’esercizio dei diritti indicano con chiarezza come si sia di fronte a un meccanismo di “arretramento storico”. Nel mastodonte della logistica, nell’edilizia, nel settore delle costruzioni infrastrutturali, nell’agricoltura si stanno riproducendo conflitti quasi primordiali.

E’ gigantesco il labirinto nel quale si muovono lavoro nero, sussidi, reddito di cittadinanza e di emergenza e ricerca del lavoro come fattore di vera e propria sussistenza o, come dovrebbe essere, elemento della dignità umane.

Lo scenario che disegnano proprio i dati di questi giorni non è novecentesco (come accusano i fautori del “lassaiz faire” dello sfruttamento indiscriminato) ma ci riporta ancora più indietro: all’800 della prima rivoluzione industriale e della lotta allo schiavismo.

In allora sorsero i sindacati e i partiti socialisti: oggi quale risposta sarà avanzata da questa società così complessa, al limite di una irreversibile frammentazione, dominata dall’individualismo competitivo esercitato in funzione del consumo?

*articolo in origine pubblicato su https://www.strisciarossa.it/lavoro-linps-fotografa-larretramento-alle-condizioni-dellottocento/

by kenwalton
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