giovedì, Ottobre 6, 2022
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Strage di Ubari, denunciato il Comandante italiano della base di Sigonella

Il 31 marzo scorso le famiglie delle vittime di un attacco drone statunitense avvenuto in Libia il 29 novembre 2018 hanno presentato una denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siracusa, con il sostegno delle organizzazioni per i diritti umani Rete Italiana Pace e Disarmo (Italia), Reprieve (Regno Unito) e lo European Center for Constitutional and Human Rights (Germania). L’incursione Usa a Ubari (regione del Fezzan nella Libia sud orientale), provocò 11 morti nella comunità Tuareg. Il motivo per cui la denuncia viene presentata nella città siciliana riguarda l’accusa rivolta al Comandante italiano della base militare di Sigonella di aver dato il via libera a questo attacco sia in violazione del diritto internazionale che di quello italiano. Il volo, si legge nella denuncia, sarebbe partito dalla base di Sigonella.

La base di Sigonella ha un ruolo centrale nelle operazioni di cosiddetto “targeted killing” del Comando statunitense, le uccisioni mirate della “guerra al terrorismo” gestite da Africom, operazioni in cui i droni killer dalla struttura siciliana sorvolano, controllano e colpiscono l’intera area dal Nord Africa al Sahel. A regolare i rapporti tra Usa e Italia per l’utilizzo della base è l’accordo tecnico del 2006, che prevede l’obbligo per gli statunitensi di notificare agli italiani le loro attività non di routine ed è evidente che un attacco killer con i droni non rientra nel concetto di operazione di routine. Se Africom è quindi direttamente responsabile, lo è anche il Comandante italiano a cui l’operazione letale deve essere stata obbligatoriamente sottoposta per l’approvazione. I legali delle associazioni in sostegno delle famiglie libiche colpite parlano esplicitamente di violazione del diritto internazionale e del diritto alla vita.

Da parte loro gli Usa non negano l’attacco killer ma sostengono, dal comando Africom, che le persone uccise fossero membri di al Qaeda, tra le smentite categoriche dei membri della comunità Tuareg della regione. Tra le vittime c’era ad esempio Nasser Musa Abdullah, il fratello è tra i denuncianti, membro, insieme ad altre sette vittime, delle Forze Armate del governo libico di unità nazionale riconosciuto dall’Onu e in lotta contro il Daesh. Il 29 novembre di quattro anni fa era a bordo di un fuoristrada che attraversava il deserto libico con altri dieci amici, il più anziano aveva 45 anni, quando il gruppo è stato raggiunto dal missile sparato dal drone Usa. Subito dopo i loro corpi carbonizzati sono stati sepolti in una fossa comune perchè gli ospedali hanno preferito evitare le autopsie e nessun certificato di morte è stato rilasciato per evitare problemi con le autorità Usa. Ci sono voluti quattro anni di mobilitazioni di parenti e amici delle vittime, con marce e proteste pubbliche, per arrivare alla denuncia presentata a Siracusa.

“Dalla raccolta di testimonianze, possiamo dire con certezza che si trattava di undici innocenti, colpiti mentre battevano il deserto alla ricerca di rottami di veicoli da rivendere”, ha spiegato Jennifer Gibson, avvocata di Reprieve. Durante le ultime quattro amministrazioni Usa le esecuzioni mirate da parte di droni, la cui legalità internazionale è contestata dentro e fuori gli Stati Uniti, sono state intensificate. Quel tipo di operazioni viene considerato lecito solo in caso di scongiurare una minaccia imminente e per salvare vite umane. E non sembra proprio il caso di Ubari. Se verrà dimostrato che il drone che ha colpito a Ubari è partito dalla base di Sigonella, l’Italia dovrà rispondere di un attacco che non rientra nel diritto di guerra ma in quello dei diritti umani con conseguenze sul piano penale. La vicenda si presenta complessa sul piano giuridico, ma è l’unico passo possibile per rendere giustizia alle 11 vittime della strage, seppellite in fretta e furia per eliminare le prove.

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