venerdì, Febbraio 3, 2023

Tortura

di Alfredo Facchini

Con la vittoria del centrodestra alle elezioni del 25 settembre si è tornato a parlare del reato di tortura. Un breve riepilogo.

Maggio 1978. Una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, il “tipografo” delle “Brigate Rosse”, Enrico Triaca, viene arrestato e torturato.

Una storia, ai più sconosciuta, riportata oggi alla luce da un lungometraggio realizzato da Stefano Pasetto, dal titolo per l’appunto: “Il Tipografo”.

Per chi ha vissuto i cosiddetti “Anni di piombo”, non è un mistero che nelle Questure e peggio ancora nelle carceri si praticassero “abusi di potere” di ogni genere, come mezzo di “dissuasione”.

Pur non avendo mai usato un’arma, Triaca viene condannato a 30 anni di prigione (poi ridotti a 15), più sedici mesi per calunnia, avendo denunciato la tortura subita. Trent’anni dopo, il Tribunale di Perugia riesamina la condanna e lo scagiona dalla calunnia, confermando l’avvenuta tortura.

Triaca:«La sera del 17 maggio fui portato dentro un furgone dove c’erano due persone con casco e giubbotto antiproiettile. Fui bendato e steso per terra. Il furgone partì. Poi fui fatto scendere e, sempre bendato, venni spogliato e legato su un tavolaccio. Qualcuno mi tappò il naso con le mani e mi versò dell’acqua in bocca per non farmi respirare» .

Il 15 gennaio 2021, per la prima volta, un tribunale italiano ha condannato un funzionario pubblico accusato di tortura. Era un agente di polizia penitenziaria che nel 2017 aveva torturato un uomo detenuto nel carcere di Ferrara.

Fino a luglio 2017 questa condanna non sarebbe stata possibile: il reato di tortura non esisteva.

La tortura, nell’ordinamento italiano, è un delitto previsto e punito dall’art. 613-bis del codice penale. La fattispecie è stata introdotta dalla legge 14 luglio 2017, n. 110.

Il reato di tortura, secondo la legge, prevede più esattamente la reclusione da quattro a dieci anni per chiunque,«con violenze o minacce gravi e agendo con crudeltà» , provochi «acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza attraverso più condotte, che costituiscono un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona».

Va detto, che la legge del 2017 è una legge confusa e a tratti inapplicabile, tuttavia, prima del luglio 2017 nel Codice penale italiano non erano indicate particolari tutele rispetto alle violenze per coloro che si trovassero in stato di fermo o arresto.

Ora con l’avvento della signora Meloni, le cose si complicano. La premier in pectore, ha sempre gridato ai quattro venti di voler stravolgere il reato di tortura e aumentare invece le pene per i reati di minaccia o resistenza a pubblico ufficiale.

Con l’introduzione del reato di tortura, lamenta la Meloni,«gli agenti sono stati mortificati» e non possono svolgere il loro lavoro perché è sufficiente un «insulto per rischiare pene fino a 12 anni».

Insomma, trattasi di una misura che tutela smodatamente chi si trova in stato di fermo o di arresto a discapito dei pubblici ufficiali.

E poi “Lei” (una volta c’era “Lui”) è sempre e comunque dalla parte delle forze dell’ordine.

Giuseppe Pinelli, Franco Serantini, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Niki Aprile Gatti, Stefano Brunetti, Serena Mollicone, Riccardo Rasman, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, Carmelo Castro, Simone La Penna, Cristian De Cupis, Manuel Eliantonio.

Tutti morti per cause naturali. Vero?

Alfredo Facchini

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