martedì, Settembre 27, 2022
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Tunisia al voto sulla costituzione che consegna il Paese a Kaïs Saïed

La Tunisia si prepara al referendum costituzionale del prossimo 25 luglio, senza quorum, mentre è in corso una delle più gravi crisi economiche e sociali nel Paese, con la disoccupazione altissima e la popolazione colpita dalla crisi scaturita in seguito alla guerra in Ucraina. Le illusioni della rivoluzione dei Gelsomini del 2011 è ormai un ricordo del passato, anche se la “thawra” viene citata continuamente nel testo che verrà sottoposto al voto dei cittadini.

Le riforme economiche promesse in passato sono rimaste invischiate nella rete clientelare del potere, la corruzione domina e la crisi economica ha gettato in povertà centinaia di migliaia di persone. Il presidente Kaïs Saïed, che ha voluto la consultazione per restare saldamente e senza opposizione al potere, un anno fa ha sospeso il parlamento e licenziato il primo ministro, per poi far preparare la bozza della nuova Carta a un gruppo di fedelissimi, finendo per smentire anche quelli e ritoccarla personalmente.

Il capo degli esperti che hanno stilato la prima bozza, Sadok Belaïd, si è dissociato in questi giorni dal nuovo testo, presentato soltanto il 30 giugno scorso, ritenendo che apra la strada a un regime regime dittatoriale.

La nuova Costituzione se approvata trasformerà la Tunisia in una Repubblica presidenziale pura, con una forte riduzione del ruolo del Parlamento. Il testo prevede infatti che il capo dello Stato eserciti la funzione esecutiva, abbia il potere di nominare o rimuovere il primo ministro senza la fiducia del parlamento, di respingere le leggi approvate dalle Camere (all’Assemblea dei rappresentanti del popolo si aggiungerà un Consiglio nazionale delle regioni) e assegnare alti incarichi civili e militari.

Oltre trenta Ong e associazioni della società civile in una nota congiunta hanno denunciato “l’approccio unilaterale del presidente della Repubblica che ha confiscato il diritto dei tunisini a discutere del loro destino, senza coinvolgere le componenti della società civile, la scena politica, gli accademici e gli specialisti”, e hanno criticato tra l’altro “l’abolizione degli organi costituzionali relativi a media, giustizia, diritti umani e lotta alla corruzione”.

Nell’articolo 1 della nuova Costituzione è stato rimosso il riferimento alla natura civile dello Stato. E sebbene l’islam non sia definito religione nazionale, in realtà l’articolo 5 dichiara che il Paese “appartiene alla nazione islamica” e che lo Stato deve operare per raggiungere “le cinque finalità del puro islam: la conservazione della vita, dell’onore, della proprietà, della religione e della libertà”. Svaniscono così le speranze di chi si aspettava una svolta “laica”.

Il leader di Ennadha, partito islamico moderato, Rached Ghannouchi ha invitato al boicottaggio del referendum, ma l’assenza di quorum per l’approvazione del provvedimento sembra rendere vuota questa protesta. Gli osservatori invitano però a non trascurare l’appoggio di cui ancora gode tra parte della popolazione meno colpita dalla crisi Kaïs Saïed, ritenuto l’unico in grado di sconfiggere la corruzione.

Kaïs Saïed
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