giovedì, Febbraio 29, 2024
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Un convegno al giorno non toglie la povertà di torno

Ogni giorno alla ricerca di notizie per Diogene affianchiamo una ricerca d’immagini che non siano banali. Ci piace pensare che i nostri lettori l’abbiano notato, è un lavoro che ci porta via almeno altrettanto tempo della compilazione di articoli.

Siccome esistono leggi precise sul copyright, a meno che le foto non siano realizzate dai nostri redattori e collaboratori, ci rivolgiamo a un mercato altrettanto ricco di qualità nel mondo dell’open source.

Esistono molti siti in cui gli autori, con licenze Creative Commons di vario livello, mettono a disposizione di tutti il loro lavoro, un po’ come facciamo noi con il nostro quotidiano online. In cambio chiedono soltanto, ed è il minimo, di essere citati.

Durante questa ricerca ci siamo imbattuti in un fenomeno curioso. Digitando su questi motori di ricerca d’immagini condivisibili le parole chiave relative all’argomento di cui tratta l’articolo, ne dobbiamo scartare almeno un centinaio prima di arrivare a quelle che c’interessano.

Non per colpa degli autori però. Cercando foto sulla povertà in Mozambico o in Congo o sulla guerra in Etiopia o sui minori sfruttati o sui senzatetto in varie parti del mondo, il primo imponente blocco di foto che troviamo è relativo a convegni che parlano di quegli argomenti.

Sale gremite di gente seria, molto ben vestita, incravattata, griffata e tirata a lucido, che discute in sale dall’ottimo design e altamente tecnologizzate di persone che vivono con pochi cenci addosso, spesso senza nemmeno le scarpe.

Non siamo così populisti da ritenere che per discutere di povertà bisogna vestirsi o travestirsi da poveri. Ci colpisce però che il flusso principale d’immagini, vivendo in un mondo dove la comunicazione è principalmente immagine, dedicate all’argomento consista nei convegni sull’argomento.

I fotografi non c’entrano niente, sia chiaro. Il punto è che ci sono più convegni sulla povertà declinata in varie forme che iniziative per contrastare la povertà. E sappiamo anche che alcuni sono utili, presentano dossier e statistiche, ma tutti gli altri?

Il convegno ci assolve dai nostri sensi di colpa. Diventati ormai incapaci d’iniziativa politica, affidiamo ai convegni tutto quello che sarebbe bello fare ma non possiamo fare, non per colpa nostra ma perchè il mondo è cattivo, si sa, lo denunciamo al convegno e per qualche settimana la coscienza è a posto.

Intorno ai convegni gira una mole considerevole di soldi. Pubblici e privati. Alcuni vanno a piccole esperienze che con fatica intervengono sul campo per contrastare la povertà e presentano il loro lavoro, la maggior parte però va a dei carrozzoni creati apposta per fare soldi sulla povertà.

L’ipocrisia che ammanta il mondo che ruota intorno ai problemi sociali è insopportabile. Molte associazioni e cooperative, denominazioni che lascerebbero presupporre un mondo solidale e altruista, sono macchine di sfruttamento dei lavoratori a quattro euro l’ora.

Però questo non si può dire. Tutti lo sanno, ma esprimerlo e contestarlo pubblicamente equivale a bestemmiare durante l’omelia a messa. A sinistra più che in ogni altro luogo, avendo la sinistra da tempo assunto i tratti sacrali che un tempo appartenevano a preti e suore.

Il mondo dei convegni sul sociale è in buona parte un prodotto di quell’ipocrisia insopportabile. Un mondo di incontri per stabilire relazioni che in futuro frutteranno altri convegni e altri finanziamenti. Il convegno diventa più importante del problema che dovrebbe affrontare

E’ un modo di pensare e di agire che ha contribuito a ridurre lo stato sociale a elemosina, beneficenza, mecenatismo. E’ parte del problema e non certo la soluzione. I luoghi separati dalla realtà costituiscono un territorio e una modalità per tenere lontane le persone a cui è dedicato il convegno.

C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza
c’è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza
perché il giudizio universale
non passa per le case
e gli angeli non danno appuntamenti
e anche nelle case più spaziose
non c’è spazio per verifiche e confronti.

Foto di Joel Muniz su Unsplash

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