martedì, Settembre 27, 2022
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Una riflessione sul caso Braibanti

di Daniele Barbieri*

Il Signore delle formiche”, il film di Gianni Amelio presentato in concorso a Venezia, ha riacceso l’attenzione sul caso di Aldo Braibanti**, l’intellettuale la cui vita fu distrutta negli anni ’60 per la sua omosessualità dichiarata, con l’accusa di “plagio” a due fratelli che frequentavano la sua casa.

Già due anni fa un bel documentario di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese aveva ricostruito la mostruosità giudiziaria e sociale di cui era stato vittima Braibanti. In precedenza un libro aveva riportato l’attenzione sulla vicenda, “Il processo Braibanti” di Gabriele Ferluga per Silvio Zamorani editore.

Ma è stato leggendo il più datato “Il caso Braibanti, ovvero un processo di famiglia” di Virginia Finzi Ghisi uscito per l’allora “libreria Feltrinelli”, nel lontano 1969, che ho potuto comprendere l’intera portata della vicenda.

Non avevo ancora 20 anni quando il 14 luglio 1968 la Corte d’assise di Roma «in nome del popolo italiano» condannò Braibanti: 9 anni di carcere nella prima condanna per «plagio» della storia italiana. Rammento che il reato di plagio mentale, ovvero l’articolo 603 del Codice penale, fu dichiarato incostituzionale con la sentenza 96 dell’8 giugno 1981.

Non ricordo se – o quanto – seguii allora il processo sui giornali. Ma so per certo – ho ancora la copia con i miei appunti – che rimasi choccato nel gennaio 1969 leggendo il libretto (68 pagine per 200 lire) «Il caso Braibanti ovvero un processo di famiglia» scritto da Virginia Finzi Ghisi e pubblicato da libreria Feltrinelli nei tascabili della collana “Battaglie politiche”.

Scorro le mie sottolineature dell’epoca – più altre successive (lo avrò letto almeno 4 volte) – e rimango impressionato dalla lucidità di quell’analisi e dalla mostruosità di quel processo. Dopo aver raccontato i fatti, Virginia Finzi Ghisi scrive: «Cosa c’è dietro a questa condanna? Parlare di una “macchinazione” sembra fuori posto: gli attori non sono delinquenti né “pazzi” come il povero Giovanni Sanfratello. Sono tutte persone a posto, campioni – potremmo dire – di ogni settore di normalità perfetta: una madre piena di sollecitudine; un padre responsabile; un fratello che studia alla Cattolica. Essi inoltre non si presentano soli al processo: la loro sanità è comprovata da diversi psichiatri […] Quasi tutti i loro testimoni sono pii religiosi. Dunque, se non nasce da malvagità o da follia, questo è un processo intentato dalla sana rappresentanza della normalità, da un saldo spirito religioso […] e da una ferma convinzione religiosa».

Dietro i 5 personaggi chiave – «madre, padre, fratello, prete, Presidente» – ecco «l’obiettività della scienza». Su questi 5 simbolici protagonisti Virginia Finzi Ghisi ha costruito un ragionare che a me impressiona ancora oggi per sintesi e lucidità. Per questo più volte negli anni successivi pensai – di certo con Riccardo Mancini ma forse anche con altre persone (Valeria se ci sei… fatti sentire) – che sarebbe stato importante fare un documentario da far girare all’interno del movimento contro le istituzioni totali. Se frugassi bene nei cassetti medi e altrui forse troverei anche gli appunti per un testo “in difesa di Braibanti e contro la famiglia del capitalismo”. Che era l’idea di fondo del libretto di Virginia Finzi Ghisi: «La difesa di Braibanti sta in un nuovo processo. Il processo intentato da una famiglia deve diventare il processo alla famiglia e ai suoi alleati in funzione del sistema, come presa di coscienza dei meccanismi e delle strutture dell’alienazione». Quel processo alla famiglia in parte si farà negli anni successivi; basta andare a rileggere «Contro la famiglia» pubblicato da Marcello Baraghini per Stampa Alternativa e ricordare i tanti processi che subì il manuale e l’allegato poster «Toccarsi è bello». Eccoli qui sotto: magari ri-vederli facilita i ricordi chi chi allora c’era.

*articolo in origine pubblicato su https://www.labottegadelbarbieri.org/aldo-braibanti-come-fu-creato-un-mostro/

**Aldo Braibanti (Fiorenzuola d’Arda, Piacenza 23 settembre 1922 – Castell’Arquato, 6 aprile 2014) è stato un artista italiano. Intellettuale “a tutto tondo”, nella sua vita si è occupato di poesia, arte, cinema, politica, teatro e letteratura.

Laureato in filosofia teoretica, prese parte alla Resistenza partigiana a Firenze (subendo torture e sevizie ad opera dei nazi-fascisti) ed aderì al Partito Comunista Italiano, di cui divenne membro del comitato centrale. Tra il 1946 ed il 1947 fu tra gli organizzatori del Festival mondiale della gioventù ma nel 1948 abbandonò la politica attiva, dimettendosi da tutti i suoi incarichi.

Studioso di mirmecologia e autore di ceramiche e di collages, ha tenuto mostre a Firenze, Oslo, Faenza, Messina, Milano e Roma, dove attualmente risiede. Sceneggiatore dei film Pochi stracci di sole, Il pianeta di fronte e Colloqui con un chicco di riso, nel 1960 pubblicò i quattro volumi de “Il Circo” (raccolta di poesie e saggi) e nello stesso anno da alla luce l’opera “Guida per esposizione“.

Traduttore del diario di Cristoforo Colombo, nel 1969 diede alle stampe l’antologia “Le prigioni di Stato” mentre negli anni Settanta diventa autore e regista teatrale di numerose commedie tra cui Bandi di virulentia, Laboratorio dell’Anticrate, L’altra ferita, Il Mercatino e Theatri epistola. Autore e conduttore di numerosi programmi radiofonici, nel 1979 pubblica l’opera Object trouvé mentre successivamente collabora con la rivista milanese “Legenda”.

Altre sue opere letterarie di un certo valore furono Impresa dei prolegomeni acratici (1988) e Un giallo o mille (1998). Nel 2000 decise di dare vita al lungometraggio Quasi niente, un’edizione completa delle poesie dal 1940 al 1999.

Nel 2005, a causa delle pessime condizioni fisiche in cui Braibanti versava, alcuni parlamentari dell’Unione (tra cui Franco Grillini e Giovanna Melandri) proposero di assegnargli un vitalizio in base alla legge Bacchelli.

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