giovedì, Febbraio 29, 2024
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Una telefonata complicata

di Germano Monti

Ciao, mi sentite? Qui la linea va e viene, sono tutti insoddisfatti, dicono che vogliono cambiare gestore… come? Giusto, non ho detto chi sono e da dove chiamo.
Io sono Stefano e chiamo da un posto che si chiama Purgatorio. E’ un posto dove finiscono quelli che in vita non si sono comportati proprio bene, ma non hanno commesso reati tanto gravi da essere spediti in un postaccio che si chiama Inferno, dove ti trattano peggio che nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere e da cui non esci più, perché lì ci mandano solo quelli condannati all’ergastolo. Io no, il capo qui dice che dovrò rimanere solo pochi secoli, che a me sembrano tanti ma lui dice che è normale, che qui c’è una burocrazia peggio di quella del Comune di Roma. Anche lui era di Roma, anche se era nato in Tunisia e un po’ ce l’ha con me perché mi hanno condannato per una questione con dei Marocchini, ma è una brava persona, anche se sui regolamenti è proprio inflessibile. Ha un nome buffo, si chiama Catone, e si arrabbia quando noi scherziamo e gli diciamo con cosa fa rima.
Come sono finito qui? Se me lo chiedete, vuol dire che non leggete i giornali e non guardate la televisione, perché della mia storia si parla molto, grazie a mia sorella e al mio avvocato e a tante persone che non ho conosciuto ma che vogliono capire bene cosa mi sia successo, perché dicono che non si dovrebbe morire in carcere. Sì, sono morto in carcere, anzi, come si dice dalle mie parti, a bottega. Sono morto in una bottega lontano da casa, mi ci avevano portato perché avevo un processo lì, in Sardegna, ed io ci sono andato volentieri, perché la mia bambina vive proprio lì, perché sta con la madre da cui sono separato e così potevo vederla più facilmente. Magari, voi a bottega non ci siete mai stati, non potete capire quanto per un detenuto sia importante non perdere il contatto con le persone che ama. Per esempio, voi vi incazzate se aspettate una lettera o un pacco che non arrivano e andate a reclamare alla Posta o chiamate un numero verde e vi incazzate ancora di più perché parlate con un disco e non con un cristiano. Se avete un figlio lontano, vi sentite al telefono tutti i giorni, anzi, adesso potete pure fare le videochiamate gratis con Whatsapp. A bottega non è così facile.
Ehi, mi sentite o sto parlando da solo? Ah, ok. Dunque, mi hanno portato in questo carcere in Sardegna, mia figlia è venuta a trovarmi e il mio avvocato (che poi è una donna, mi sa che dovrei dire avvocata, ma tanto a Roma diciamo tutti “ avvoca’ ”) mi ha detto che l’udienza è andata benone. Adesso siamo a ottobre, fra un paio di mesi sarò fuori e mi hanno pure offerto un lavoro serio in un ristorante, vuoi vedere che metto la testa a posto e cambio vita?
Sarei dovuto tornare a Rebibbia subito dopo l’udienza, ma c’è stato qualche problema con il traghetto, mi hanno detto che dovevo restare qui ancora un paio di giorni… meglio, ho pensato, così posso rivedere un’altra volta la mia bambina. Insomma, ero proprio contento, sembrava che le cose andassero tutte per il verso giusto.


Il guaio è che io ho un brutto carattere. Sono nato e ho vissuto in un quartiere dove la prima cosa che impari è che devi rispettare gli altri e, soprattutto, farti rispettare. Se vedo una cosa storta, prendo fuoco facilmente. E in quella cazzo di galera sarda di cose storte ne ho viste tante. Non è come a Rebibbia, dove c’è tanta gente, ci sono gli educatori, gli psicologi, la Caritas, associazioni con volontari che, se vuoi, ti stanno a sentire, cercano di aiutarti. In quel posto di merda in Sardegna ci sono solo i detenuti, che sono tutti del posto e sono sempre gli stessi che fanno dentro e fuori, e le guardie, che sono anche loro del posto. Già, le guardie… ho capito subito che erano un bel problema. Sempre incazzate e prepotenti. I miei compagni di prigionia me lo avevano detto che con loro bisognava stare attenti, perché in Sardegna chi fa quel mestiere non sta simpatico a nessuno, pure le ragazze li schifano e, quindi, sono dei frustrati che si sfogano su chi gli capita a tiro, cioè noi detenuti. Come dite? Non ho sentito, che palle ‘sta linea!
Adesso ho sentito. Lo stavo per dire, come si sfogano le guardie. Fanno i prepotenti, “se la comandano”, come si dice a Roma. Per esempio, ti consegnano la posta quando gli gira e, se tu chiedi perché non ti è ancora arrivata la lettera che aspetti, ti rispondono “Io te la do quando cazzo mi pare, capito mi hai?”. E fanno così con tutti per ogni cosa, ma non protesta nessuno, i detenuti non si rivolgono al magistrato… come, perché? Che domanda… perché, come ho già detto, qui sono tutti del posto, è una città piccola, i detenuti e le guardie sono sempre gli stessi e i carcerati sanno che, prima o poi, si ritrovano davanti la stessa guardia, quindi reclamare o protestare non è proprio cosa.
Ma io sono di Roma. E ho un caratteraccio. Quella sera, quando dallo spioncino della cella ho chiesto a quella guardia se aveva inoltrato la domandina per la richiesta dell’ultimo colloquio con mia figlia e mi sono sentito rispondere “Che cazzo vuoi, stronzo? Lo farò quando avrò voglia di farlo, capito mi hai?”, non ci ho visto più. Ho dato un calcione alla porta della cella e ho urlato “A ‘nfame! A ‘nfamone! Gran pezzo demmerda, apri ‘sta porta che te sfonno!” e gli ho detto anche qualcosa a proposito di sua mamma e sua sorella. Non mi ha risposto. E’ diventato bianco come un cencio appena lavato, poi ha girato sui tacchi e se ne è andato.
Aò, me state ancora a senti’? No, è che poi i ricordi si fanno confusi… la porta della cella si è spalancata di botto, sono entrati in tanti, sette o otto, tutti con un fazzoletto sulla faccia e con un bastone in mano. Hanno cominciato a colpirmi su tutto il corpo, sulle gambe, gridavano tutti in quella cazzo di lingua loro, mi facevano male… ho provato a difendermi, ma due mi hanno preso per le braccia e mi hanno tenuto fermo, sentivo i colpi, sono finito per terra e sono arrivati pure i calci, ho sentito urla dalle celle vicine, poi è diventato tutto buio, tutto nero e non ho più sentito dolore e nemmeno le urla. Non ho sentito più niente.
Il buio e il silenzio sono durati poco. Ho visto e sentito tutto, però dall’alto, era come quando guardi quello che succede per strada da una finestra del quarto piano. Ho visto uno di loro che si metteva le mani nei capelli, ho sentito che gridava “Basta! Fermi! Lo stiamo ammazzando!”. Si sbagliava, perché mi avevano già ammazzato.


Hanno smesso di pestarmi e uno (quello che aveva gridato di smetterla) si è chinato su di me, mi ha messo due dita sul collo, poi ha avvicinato l’orecchio alla mia bocca. Dopo un po’, si è rimesso in piedi, ha guardato gli altri, che erano tutti in cerchio intorno a me, e ha detto solo “E’ morto. Cazzo”. Anche se ero lontano, ho sentito qualcuno che, in una cella vicino alla mia, piangeva.
Sono rimasti immobili per qualche minuto, senza dire niente, guardandosi in faccia uno con l’altro. Avevano ancora i fazzoletti sulla faccia. Finalmente, uno ha parlato. “Qui il culo ci fanno” ha detto, poi ha proseguito: “La sceneggiata dobbiamo fare”. Gli altri si sono scossi e hanno cominciato a darsi da fare.
Uno è corso nel deposito ed è tornato con un lenzuolo. Lo hanno tagliato a strisce, ne hanno fatto una specie di corda, come si vede nei film americani quando uno evade e si cala dal muro del carcere. Mi hanno legato un pezzo di lenzuolo stretto intorno al collo, un altro lo hanno legato alle sbarre della finestra, dove sotto c’è il letto. Un paio di loro hanno fatto il giro delle celle vicine e hanno spiegato ai detenuti che non dovevano avere visto o sentito niente, anzi, che non erano proprio in quelle celle. Poi, hanno chiamato il medico del carcere, quello è arrivato, ha visto la scena, mi ha guardato che avevo il pezzo di lenzuolo intorno al collo, ha scosso le spalle e se ne è andato.
Io ho visto tutto, ma a chi potevo raccontarlo? A parte il fatto che ero morto, chi è che dà retta ad un borgataro un po’ balordo, uno che ha fatto qualche impiccio, contro la parola di tanti bravi tutori della legge e dell’ordine? Sarà per questo che i magistrati di quella piccola città sarda, dove tutti si conoscono e magari sono tutti imparentati, non hanno voluto farmi fare l’autopsia e si sono affrettati a far trasferire in altre prigioni i detenuti delle celle vicino alla mia.


Quando sono arrivato qui, mi hanno portato a colloquio con quel Catone che vi ho detto e a lui gliel’ho raccontato come sono andate le cose. Mi ha guardato con la sua espressione severa che – dicono – ha sempre, poi mi ha detto che sapeva già tutto, e non solo di quello che era successo in quella cella di quel carcere… sapeva dei guai che avevo combinato, delle cose che ho fatto e che non avrei dovuto fare. Ho pensato che lì non mi ci avrebbe tenuto, che sarei stato tradotto in quell’altro posto, dove si sta malissimo e rimani per sempre. Invece, sempre con la stessa espressione, mi ha detto che sarei rimasto lì, perché l’inferno me lo avevano già fatto passare quelle carogne (giuro che ha detto proprio così!) in quella cella e che, comunque, dove c’è lui tutti rigano dritto per il tempo che si meritano. ”Quindi, vedi di comportarti bene fino a quando dovrai restare qui”, ha concluso.
Io qui ci sto bene, anche perché posso vedere quello che succede giù da voi. Ho visto mia sorella e la mia avvocata (ho detto bene?) che stanno facendo un casino, ho visto quella che sta in Senato, quella che anche a lei hanno ammazzato un fratello come me, che ha promesso che farà di tutto perché si sappia la verità, ho visto che sono andato sui giornali e anche in televisione, in quella trasmissione dove c’è una giornalista bionda che parla delle persone scomparse e dei misteri come il mio… però, la cosa più bella che ho visto è stata la gente del mio quartiere, quelli delle case popolari che sono scesi in piazza per me e hanno messo uno striscione sulla facciata del mercato, così tutti lo possono vedere e non si scordano di me.
Che cosa? Si sente a tratti? Catone! A Cato’, ti decidi a cambiare ‘sto gestore che non funziona un cazzo?!

Germano Monti

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