mercoledì, Maggio 29, 2024
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Valerio, ucciso a 18 anni

di Alfredo Facchini

«Quasi ogni notte sogno di essere in strada con Valerio, in un viale alberato: mezzogiorno, estate, una giornata caldissima. C’è una fontanella e lui s’avvicina.
Alcune volte è più alto della fontanella, altre più basso. Ma sempre, per arrivare all’acqua si sporge e poco dopo si scioglie, Valerio, diventa liquido e scompare giù, nella bocca della fontanella».

Inizia così “Sia folgorante la fine” il libro che Carla Zappelli, la madre di Valerio Verbano ha dedicato a suo figlio ammazzato dai fascisti il 22 febbraio del 1980.

«Ogni mattina da trent’anni – confessa Carla – voglio solo una cosa: scendere nella bocca della fontanella».

Carla, ci ha lasciati nel 2012 senza conoscere la verità su quanto accaduto quel maledetto 22 febbraio. Si è battuta fino all’ultimo dei suoi giorni, ma non ha trovato “Giustizia”. Valerio l’hanno assassinato due volte: prima con un proiettile calibro 38 e poi con un fascicolo “contro ignoti”, archiviato nello scaffale dei casi irrisolti.

Carla aveva 56 anni la mattina in cui suonarono alla sua porta, in via Monte Bianco, nel quartiere Montesacro, nel quadrante Nord-Est della capitale.

«Chi è?»
«Siamo amici di Valerio»
«Ma Valerio è a scuola»
«Signora ci faccia entrare, siamo stanchi che abbiamo camminato tanto, dobbiamo chiedere una cosa a Valerio. Lo possiamo aspettare in casa? Tanto lei ci conosce, siamo amici». (Sia folgorante la fine, Carla Verbano con Alessandro Capponi)

E’ mezzogiorno. Carla apre la porta. Sono in tre. Entrano. Il primo che gli compare davanti agli occhi deve ancora calarsi il passamontagna sul viso. «Era magro, biondo con i capelli lunghi e ricci». Sempre lui la colpisce. Poi la spinge contro il muro. Le chiude la bocca con la mano. Gli altri due si avventano sul padre di Valerio, Sardo. Pugni e calci. Fanno sdraiare Carla e Sardo sul letto, nella camera matrimoniale. Li legano e imbavagliano con lo scotch, quello da pacchi. Poi aspettano che Valerio torni a casa. Uno dei tre impugna una pistola con il silenziatore.

«Li ho sentiti parlare tra di loro, hanno l’accento romanesco, molto marcato. Li ho sentiti frugare anche nella stanza di Valerio».

Mancano una decina di minuti alle 14. Valerio posteggia la “Vespa 50” e sale con l’ascensore. Infila le chiavi nella serratura. Carla e Sardo sentono voci concitate, rumori di una colluttazione, lo specchio dell’attaccapanni va in pezzi. Poi uno sparo, che va a vuoto conficcandosi nel muro all’ingresso. Appena dopo, un secondo colpo, letale. I tre scappano.

In casa, Verbano, entra un vicino che ha sentito sparare. Libera, Carla e Sardo. Corrono nell’altra stanza, Valerio è sul divano a faccia in giù. Fa appena in tempo a sussurrare a mezza bocca «mamma aiuto, aiutami mamma». Due volte e poi basta. Gli hanno sparato alla schiena, sotto la nuca. Valerio muore mentre lo trasportano all’ospedale.

Nella fuga i fascisti si lasciano dietro una pistola “Beretta”. Più un passamontagna celeste, un berretto di lana marrone a righe, un guinzaglio per cani, degli occhiali da sole. Corpi del reato che nel corso del tempo vengono addirittura distrutti.

Dopo vari e goffi tentativi di depistaggio, con sigle fantoccio, il delitto viene rivendicato dai fascisti dei “Nar”.
«Alle 13.40 abbiamo giustiziato Valerio Verbano, il mandante dell’assassinio del camerata Stefano Cecchetti».

Seguono anni d’indagini e nessun colpevole. Decenni di silenzi e omissioni. Tracce sparite, ricomparse e poi svanite di nuovo nel nulla. Inchieste riaperte e richiuse. Mai un processo. 4 neofascisti vengono rinviati a giudizio e poi prosciolti. Spuntano, senza esiti, altri nomi. Un ginepraio di ipotesi inghiottite dall’oblio.

«C’era stata una persona – racconta Carla – che abitava sopra di noi e che siccome fumava, e la moglie non voleva che fumasse in casa, allora saliva le scale a piedi. Era del ministero dell’Interno come mio marito. Lui li ha visti in faccia. Lui ha fatto proprio gli identikit di tutti e tre. Lo portarono in questura e fece gli identikit di tutti e tre, precisi precisi. Anche i vicini quando vennero a slegarci ci dissero, “Si il signor De Angelis li ha visti in faccia”. Dopo nemmeno dieci giorni ritrattò tutto. Si vede che era stato minacciato, chi lo sa. Era di idee di destra. Aveva un figlio più piccolo del nostro, avrà avuto paura. Dopo un mese cambiò casa. Queste sono case del ministero dell’Interno, case che dovrebbero darci a riscatto quindi si è interessati ad avere la casa, invece se ne andò». (L’Unità, 20 febbraio 2005)

Valerio che voleva fare «lo speleologo, il tuffatore, che divideva la spremuta d’arance in parti assolutamente uguali perché ogni amico doveva avere la stessa identica razione», aveva 18 anni. Era figlio unico.

Militava nell’area dell’autonomia operaia romana.
La mattina frequentava il “collettivo autonomo” del liceo scientifico “Archimede”. Il pomeriggio, casa sua era il Tufello. Dopo aver militato nel “comitato autonomo Valmelaina”, nel ‘79 fonda un gruppo denominato “Collettivo comunista per l’autonomia del proletariato”. Una decina di compagni giovanissimi come lui che avevano trovato ospitalità nella sede di “Lotta continua per il comunismo” a Via Scarpanto.

La sua “passione” era la controinformazione. Tanto da mettere nero su bianco un meticoloso lavoro di mappatura e schedatura delle diverse facce del neofascismo romano. Un dossier, di centinaia di pagine di appunti, date, indirizzi e fotografie «realizzato da Valerio insieme ad altri sei o sette amici», (Carla Verbano) che viene sequestrato dalla “Digos” nel corso di una perquisizione.

«Gli agenti trovano un’agenda rossa, il suo diario personale nel 1977, quaderni, decine di fogli sparsi, fotocopie, ritagli di giornali, fotografie e una pistola, che non aveva mai sparato. In tutto, ben diciotto schedari pieni di documenti e altri sei di foto». (Liberazione 8 marzo 2011)

E’ il 20 aprile del 1979, il giorno in cui Valerio finisce in manette insieme ad altri 4 compagni nella borgata Fidene, mentre si allontanavano da un casolare abbandonato in cui avevano confezionato degli ordigni incendiari. Lui è l’unico maggiorenne e finisce a “Regina Coeli”, dove sconterà 7 mesi di reclusione.

Esce dal carcere il 22 novembre.
Nel frattempo il “Dossier Verbano”, come viene ribattezzato dalle cronache, sparisce. Il magistrato si rifiuta di consegnare una copia ai legali di Valerio. Tre mesi dopo, Valerio viene ucciso. Tre giorni dopo, il 25 febbraio, avrebbe compiuto 19 anni.

Il 23 giugno del 1980 il magistrato Mario Amato viene ucciso dai “Nar”, a viale Jonio, a neanche 300 metri da casa Verbano. Amato è l’unico che a Roma indaga sull’eversione nera. L’unico che sarebbe potuto arrivare agli assassini di Valerio. Forse.

«Dai luoghi si può togliere il sangue, cancellare le prove, ma quello che è accaduto rimane».

Alfredo Facchini

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