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Hong Kong e il vizietto di reprimere il dissenso del Partito Comunista Cinese

Da tempo il Partito Comunista Cinese (PCC) e il suo presidente Xi Jinping hanno coltivato l’aspirazione, non condivisa dalla maggior parte degli abitanti di Hong Kong, di introdurre leggi di sicurezza volte a criminalizzare ogni forma di opposizione al governo.

Il 19 marzo, questa ambizione si è concretizzata con l’approvazione unanime, da parte del Consiglio legislativo, dell’articolo 23 nella mini-costituzione della città, nota come Legge Fondamentale.

Il PCC, impaziente di vedere l’articolo 23 diventare legge, ha fatto trapelare i risultati della votazione attraverso la CCTV, la televisione di stato cinese, sui social media, addirittura prima che il Consiglio legislativo votasse la cosiddetta “Legge sulla salvaguardia della sicurezza nazionale”. La notizia è stata diffusa 20 minuti prima che gli 89 membri del consiglio, tutti fedeli a Pechino, dessero il loro assenso unanime.

Questo episodio dimostra come il panorama politico di Hong Kong si stia allineando sempre più a quello cinese, in particolare al Congresso Nazionale del Popolo, noto per la sua funzione di ratifica delle decisioni del partito. L’approvazione dell’articolo 23 è avvenuta in una sessione straordinaria e fulminea.

I legislatori si sono succeduti nell’elogiare l’articolo 23, nonostante le precedenti proteste che, in occasione della sua proposta nel 2003, avevano mobilitato mezzo milione di persone. Questa volta, la legge è stata approvata in appena undici giorni, dimostrando che, nonostante le apparenze, la democrazia ha lasciato il posto ad altro.

Il presidente del Consiglio legislativo e l’amministratore delegato di Hong Kong hanno espresso il loro supporto, sottolineando l’importanza della legge per la sicurezza nazionale e il compimento di un dovere costituzionale lungamente atteso. L’articolo 23, che prevede pene severe per reati come tradimento e sabotaggio, mira a proteggere la sicurezza e la proprietà, secondo i legislatori.

La legge, entrata in vigore il 23 marzo, copre una vasta gamma di reati e prevede misure severe come la detenzione preventiva prolungata e processi a porte chiuse. Nonostante un apparente alto tasso di sostegno, le critiche non sono mancate, sia a livello locale che internazionale, evidenziando i rischi per i diritti e le libertà fondamentali.

La legge sulla sicurezza nazionale del 2020 aveva già messo a tacere gran parte dell’opposizione, e ora l’articolo 23 si aggiunge come un ulteriore strumento di controllo e repressione. Le preoccupazioni riguardano anche la possibile applicazione extraterritoriale della legge e le implicazioni per la comunità internazionale e il settore aziendale, evidenziando la crescente sovrapposizione tra politica e affari sotto l’egida della “sicurezza nazionale”.

Di fronte a questo scenario, molti si sentono impotenti e preoccupati per il futuro di Hong Kong come città internazionale e centro finanziario, mentre le voci critiche sono costrette al silenzio o all’esilio per evitare di finire in prigione.

“Hong Kong 2013” by Markylim is licensed under CC BY 2.0.
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