mercoledì, Settembre 28, 2022
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Inchiesta sulla spesa sociale nel mondo 3: L’Australia

Questa settimana la nostra analisi sulla povertà e sulle misure adottate dai governi di tutto il mondo per prevenirla ci porta oltreoceano. In Australia per l’esattezza.

All’inizio di questa ricerca le aspettative rispetto al tasso di povertà in Australia erano potenzialmente positive, trattandosi di uno dei paesi più ricchi al mondo. Una ricerca condotta dall’Afrasia Bank nel 2019, la “Global Wealth Migration Review”, poneva il paese al 5° posto mondiale per la ricchezza, considerata qui come l’importo totale della ricchezza privata degli individui. L’ Australia, è necessario ricordarlo, è leader mondiale dell’ industria mineraria, ricca di piombo, nichel, urano e zinco. È anche tra i principali esportatori di carbone e materiali ferrosi, nonché il primo produttore di bauxite e alluminio. Inoltre la ricchezza netta delle famiglie è stimata in 528.768 USD, al di sopra della media OCSE (L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico internazionale), che è di 323 960 USD. Uno dei dati più alti al mondo.

I dati analizzati, come vedremo a breve, descrivono al contrario un quadro tutt’altro che roseo.

Sempre secondo l’indice OCSE, l’Australia è al 16° posto per il tasso di povertà, esaminato tra i 34 paesi più ricchi del mondo. Con una popolazione di appena 25,6 milioni di abitanti, e un reddito pro capite in media di 58.020 USD l’anno (il PIL del 2020 è di 1,331 migliaia di miliardi di dollari americani), nel 2020 troviamo ben 3,24 milioni di persone al di sotto della soglia di povertà. Un adulto su 8. Un bambino su 6. Il 13,6% della popolazione, dunque, non ha in Australia le risorse sufficienti per soddisfare i propri bisogni primari. Il tasso di povertà, sempre rispetto alla media OCSE, è superiore del 11,8%. Inoltre 1,2 milioni di bambini hanno difficoltà ad accedere in maniera sufficiente al cibo, secondo una ricerca della Foodbank. Di 7,3 milioni di famiglie australiane un gran numero è a rischio di svantaggi a lungo termine, dunque a rischio di povertà estrema. Un bambino su 5 sperimenta almeno una o più forme di povertà materiale. Perché allora in un paese così ricco, e con relativamente pochi abitanti, si trovano dati così allarmanti?

Guardando alla percentuale di ricchezza media del paese, sarebbe normale aspettarsi un maggior benessere di tutti i cittadini. Il The Guardian, in un articolo del 16 giugno 2022, riporta le parole del Ministro del Labor Party per i Servizi Sociali, Amanda Rishworth: “Questa situazione non sta migliorando per i nostri australiani più vulnerabili”, ha sottolineato. La grave situazione finanziaria, esacerbata non solo dalla pandemia, ma anche da incendi e allagamenti ingenti, dovuti al climate change, che hanno colpito il paese negli ultimi cinque anni, ha penalizzato di più chi era già povero o a rischio. In questo momento, ha specificato Rishworth, risulta impossibile per il governo attuale del premier Anthony Albanese, impegnarsi nel migliorare gli aiuti per chi è alla ricerca di un lavoro e al di sotto della soglia di povertà.

Un altro articolo, questa volta dell’ Independent Australia, del 17/06/2022, mette in evidenza l’intollerabile diseguaglianza economica che si sta consolidando nel Paese, considerando che l’Australia avrebbe il potenziale economico per migliorare la vita di tutti i suoi cittadini, mentre il governo ora sta virando la sua rotta verso politiche totalmente opposte. Il Ministro del Tesoro, Jim Chalmers, ha infatti annunciato pochi giorni fa la necessità di applicare una strategia di risparmio per risanare l’economia del paese dopo la pandemia, a scapito della working class, a cui viene chiesto un sacrificio.
Di fatto, il sacrificio di molti, per il benessere di pochi. Come si è osservato in molti altri articoli, raramente una crescita economica rappresenta un miglioramento sostanziale per la vita dei cittadini meno abbienti, se non viene accompagnata da politiche sociali per la redistribuzione della ricchezza e un miglioramento dei sussidi statali.

L’altissimo costo della vita e la grave crisi abitativa in questo momento costituiscono i problemi principali nel determinare la povertà in Australia.
Guardando alla distribuzione delle spese sostenute in media in un anno da una famiglia australiana, vediamo come ben il 32,6% delle risorse venga usato per la spesa di tutti i giorni, e il 31,1% per l’affitto. Il resto va via principalmente tra spese sanitarie e trasporti. .

Il dibattito sulla povertà nel Paese sembra continuare a concentrarsi, al contrario, sugli incentivi al lavoro, specialmente nella creazione di nuovi posti di occupazione, senza però dimostrare l’intenzione di aumentare i salari adeguandoli al livello dei costi della vita, che qui sono tra i più alti al mondo, in particolare per quel che riguarda la spesa abitativa. I dati sull’occupazione, infatti, ci dicono che solo il 3,9% della popolazione è disoccupato, e la cifra è in continuo miglioramento, mentre salgono di conseguenza le cifre che riguardano l’occupazione rispetto agli anni passati (fonte: Australian Bureau of Statistics, may 2022).

Aumenta anche la spesa mensile che le famiglie si trovano a sostenere, che segna + 7,6% nel 2021-2022 rispetto al 2020. Una percentuale non irrisoria, considerando che aumentano anche le ore lavorative mensili (+ 17 milioni di ore in media in tutto il paese). Al contempo si segnala invece come il patrimonio del 20% più ricco della popolazione sia cresciuto al doppio della velocità rispetto a quello della fascia di reddito successiva, e di dieci volte rispetto alla fascia di popolazione più povera, in un arco di tempo che va dal 2003 al 2017 (Afrasia Bank). Se si guardano invece i dati relativi alla spesa sociale e ai sussidi per i più poveri si nota che mentre il costo della vita è cresciuto a un ritmo sempre più incalzante, con una forte un’impennata ricevuta dalla crisi del 2008 prima e della pandemia in seguito, i sussidi dedicati ai più poveri sono rimasti invariati dalla metà degli anni ’90, senza che si sia tenuto conto della crisi e di conseguenza dell’inflazione. Questo nonostante la spesa sostenuta dal governo ogni anno per la sicurezza sociale e il Welfare rappresenti il 35% del bilancio annuo del governo, di cui il 17% è rappresentato dalla spesa per i sussidi di disoccupazione e le pensioni di disabilità.

È curioso notare come questo sistema di aiuti non abbia un peso veramente significativo per la vita dei più poveri. Tra chi si trova in questa condizione la maggior parte sono persone che già usufruiscono di questi aiuti, che risultano insufficienti per riuscire ad uscire dallo stato di povertà. Questo perché, come spiegato, i sussidi da oltre vent’anni non sono stati adeguati all’aumento del costo della vita. Il sussidio più comune è il “Jobseeker Payment”, dedicato a chi ha più di 22 anni ed è in cerca di lavoro. Gestito dal Centerlink, l’ufficio governativo predisposto all’assistenza, questo sistema non è garantito solo in base al reddito, ma è necessario anche rispettare un sistema a punti che permette o meno l’erogazione del bonus. È necessario raccogliere un totale mensile di 100 punti per chi non voglia veder ridotto l’importo dell’ assegno, già basso di per sé (fino a 1252 $ australiani, circa 850 €), distribuiti in base al numero di colloqui effettuati mensilmente per trovare un lavoro, partendo da un minimo di cinque necessari per ricevere il sussidio, o al conseguimento di training educativi, cui ad esempio si applicano 20 punti settimanali nel caso rappresentino un impegno a tempo pieno.

Altre forme di aiuti sono rappresentate dai sussidi alla disoccupazione, per chi ha tra i 18 e i 60 anni, di circa 650€ al mese o dal Rent Allowance, un sussidio mensile di 360$ australiani (circa 150€) per aiutare chi abbia un reddito inferiore ai 15.000$ a pagare l’affitto. Vi sono molte e diverse misure come queste che potremmo elencare, per aiutare i più poveri, sebbene per la maggior parte inefficaci considerati i costi della vita. Bisogna tener presente che chi vive di questi sussidi impiega dal 48% al 90% degli aiuti per riuscire a pagare una stanza singola nelle città più grandi, che costa in media sui 200$ australiani a settimana.

Nel corso del 2020-21, sono stati 41.652 gli australiani tra i 15 e i 24 anni che hanno richiesto la possibilità di accedere ai servizi erogati per i senzatetto. Di questi solo 5.092 sono riusciti ad accedere agli alloggi sociali, mentre 7.400 sono stati indirizzati ad altri servizi. Sono invece 24.053 le persone cui è stato negato un aiuto, adducendo come scusa la mancanza di risorse.

La questione abitativa con i costi ad essa legati risulta talmente forte da aver portato il debito medio delle famiglie australiane secondo posto nel mondo. L’ Australian Housing and Urban Research Institute, un’organizzazione nazionale senza scopo di lucro, ha messo in evidenza la gravità del deficit degli alloggi nel paese stimandole in 433.400 abitazioni. Tanto che per la prima volta dal 1981 si è registrata la tendenza della popolazione allo spostamento nelle aree rurali, dove i costi sono più bassi, anche se ciò ha comportato un’aumento del 20% degli affitti nelle città.
Purtroppo una delle poche proposte in merito è stata quella di liberalizzare ulteriormente il sistema di pianificazione, di modo che il settore privato possa costruire più alloggi. Una misura di per sé inutile se si tiene conto del fatto che i costruttori di media immettono più case sul mercato se i costi salgono e, viceversa, ne introducono di meno quando gli stessi diminuiscono. E anche potendo costruire abbastanza case da far scendere i prezzi a livelli accessibili, il governo dovrebbe poi intervenire per salvaguardare il crollo della ricchezza che ne conseguirebbe per i proprietari delle case esistenti.

Senza un aumento concreto dei salari anche la creazione di nuovi edifici adibiti al “social housing”, gli alloggi pubblici, risulta una misura insufficiente che non permetterebbe comunque, a chi non dispone di un reddito sufficiente, una sicurezza abitativa, anche tenendo conto degli aiuti statali.

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